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I risultati dopo dieci anni confermano che l’appendicite si può trattare con antibiotici

L’appendicite acuta, in assenza di complicanze o di motivi specifici, può essere trattata con antibiotici, perché l’esito a distanza di dieci anni non è molto differente da quello chirurgico. Lo dimostra uno studio pubblicato su JAMA che, andando a verificare che cosa era successo dopo appunto un decennio, ha fatto emergere la sostanziale equivalenza dei due approcci. In esso i chirurghi dell’Ospedale universitario di Turku, in Finlandia, hanno destinato circa 250 pazienti al trattamento antibiotico (con ertapenem per tre giorni seguito da levofloxacina e metronidazolo) oppure all’intervento di asportazione e poi hanno controllato tutti per quanto riguardava il tasso di recidive, quello cumulativo di interventi e poi altre possibili complicanze quali la formazione di tumori, non dimenticando la qualità di vita e la soddisfazione dei pazienti. I risultati hanno mostrato che, tra chi era stato sottoposto agli antibiotici, il tasso di recidive era stato del 37,8% e quello di interventi (resisi necessari per aggravamenti) del 44,3%. Le complicanze erano state invece presenti nel 27,4% dei pazienti operati contro l’8,5% di quelli trattati con i farmaci. Non sono emerse differenze per quanto riguarda la qualità di vita.

I risultati dei pazienti non operati sono stati quindi in linea con quelli dei pazienti sottoposti ad appendicectomia e, come ricorda un editoriale di commento, con quelli già emersi in studi precedenti che avevano valutato l’esito a uno, tre e cinque anni: il tasso di successi è stato stabilmente attorno al 60% e la necessità di intervenire dopo una prima fase di cura è attorno al 50%. Chiara dunque la conclusione: se non ci sono motivi specifici, i pazienti con appendicite acuta possono essere trattati con antibiotici, e non operati.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 30 marzo 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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