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I Neanderthal si curavano con corteccia di betulla e cacciavano con frecce avvelenate

I Neanderthal, vissuti in Europa tra 200.000 e 30.000 anni fa, potrebbero aver scoperto le proprietà antibiotiche della resina estratta dalla corteccia di betulla, materiale che si ritrova quasi sempre negli insediamenti, e che finora era stato considerato solo un collante. E nello stesso periodo altri ominidi, vissuti in Sudafrica, avrebbero appreso altre qualità delle piante con cui convivevano: la capacità di sintetizzare veleni potentissimi, da sfruttare per preparare misture in cui intingere le frecce per la caccia.

Raccontano due aspetti ancora poco noti della vita dei nostri antenati due studi usciti a poca distanza l’uno dall’altro.

Nel primo, pubblicato su PLoS One, i ricercatori di diverse università europee e non solo hanno provato a riprodurre metodi di preparazione dei catrami derivanti dalla resina di betulla presenti in moltissimi insediamenti europei dei Neanderthal. In particolare, hanno usato la corteccia di due specie sicuramente presenti nel Pleistocene (tra 2,5 milioni a 11.700 anni fa circa), la Betula pendula e la Betula pubescens. Hanno sottoposto alcuni pezzi al calore, sia ponendoli sotto terra, all’interno di recipienti naturali a tenuta, sia a livello del terreno, lasciando che la resina riscaldata, trasformata in un catrame, scivolasse al di sotto e venisse poi raccolta. Quindi hanno usato il catrame per trattare lo stafilococco aureo, uno dei batteri più presenti nelle ferite, e anche uno dei più pericolosi, scoprendo che quel catrame ha proprietà antibiotiche. L’ipotesi è quindi che i Neanderthal avessero scoperto le proprietà terapeutiche della resina bruciata della corteccia di betulla, e le sfruttassero per le ferite e forse non solo: ciò spiegherebbe la grande diffusione di questi catrami. Una suggestione che potrebbe essere utile anche oggi, dal momento che lo stafilococco aureo, tuttora molto presente, è sempre più resistente ai farmaci. Tra l’altro, la corteccia di betulla è utilizzata ancora dalle comunità Mi’kmaq del Canada orientale, e da quelle Saami in Lapponia.

Nel secondo lavoro, uscito su Science Advances, i ricercatori dell’Università di Johannesburg, in Sud Africa, hanno invece identificato per la prima volta veleni vegetali nelle scaglie di punte di freccia (microliti) scoperte in Sudafrica risalenti a 60.000 anni fa e, in particolare, di un veleno chiamato bufandrina, che si ottiene dal lattice di una pianta autoctona chiamata Boophone disticha. Tracce identiche sono state rinvenute anche in frecce scoperte nel XVIII secolo nella stessa zona. La bufandrina uccide i ratti in pochi secondi e può portare un essere umano al coma: è estremamente potente, e forse era usata insieme ad altre tossine oggi degradate e scomparse dai reperti.

L’abilità di preparare veleno per le frecce è considerata molto sofisticata, perché comporta la necessità di non avvelenare se stessi e di far durare il veleno anche diversi giorni, in attesa della preda. Finora si pensava fosse stata acquisita migliaia di anni dopo, attorno al 6.700 a.C. o, stando al ritrovamento di una spatola, al massimo 24.000 anni fa. E invece la conoscenza delle piante è arrivata 12.000 anni prima delle prime pratiche agricole.

I nostri antenati non smettono di stupirci, e di rivelare un’ingegnosità a lungo considerata tipica solo degli ominidi più evoluti.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 29 marzo 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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