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Nello spazio gli spermatozoi si disorientano e perdono la capacità di fertilizzare gli ovuli

In condizioni di microgravità gli spermatozoi perdono l’orientamento, e per questo la fecondazione degli ovuli diventa molto più complicata e improbabile.

Gli studi che cercano di capire come si comporta il corpo umano nello spazio e, quindi, anche come potrebbe riprodursi, finora si sono concentrati sulle donne e, nel caso degli spermatozoi, sulla motilità. Nessuno, finora, aveva pensato di valutare la capacità di muoversi e poi di giungere a destinazione dello sperma. Lo hanno fatto i ricercatori dell’Università di Adelaide, in Australia, che hanno appena pubblicato sulla rivista del gruppo Nature Communication Biology i risultati delle loro inedite osservazioni su tre specie di mammiferi.

Per simulare l’assenza di gravità o la microgravità hanno utilizzato uno strumento appositamente messo a punto, e vi hanno inserito lo sperma di uomo, maiale e topo, lasciandoceli per quattro-sei ore. Hanno così scoperto che la motilità degli spermatozoi singoli non peggiora, ma ciò che viene meno è la capacità dello sperma nel suo insieme di seguire una direzione e poi, una volta introdotto un dispositivo che riproduce i canali dell’apparati genitale femminile, quella di arrivare all’ovulo per fertilizzarlo. Evidentemente, la forza di gravità è molto importante per la riuscita del processo. Nello specifico, il numero di ovuli fertilizzati risulta ridotto del 30% nel caso dei topi e dei maiali dopo sole quattro ore. Per gli esseri umani la situazione è analoga ma, in quel caso, l’aggiunta di progesterone, ormone secreto anche dagli ovuli per orientare gli spermatozoi, fa migliorare leggermente il quadro. Tuttavia, più si allunga la permanenza in microgravità, però, peggiori sono le performance. Pensando di mandare equipaggi in missioni verso Marte, lunghe anni, o in basi lunari, sarà necessario approfondire anche questi aspetti e capire se e come è possibile contrastare gli effetti dell’assenza di gravità sullo sperma.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 2 aprile 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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