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ADHD o sindrome da deficit di attenzione
e iperattività: ce ne sono almeno due tipi

La sindrome da deficit dell’attenzione/disturbo da iperattività o ADHD, una sindrome che colpisce un numero crescente di bambini, potrebbe non essere un’unica malattia ma racchiuderne almeno due tipologie differenti. Se così fosse si spiegherebbe perché le manifestazioni possano essere molto diverse, e soprattutto perché i bambini reagiscano talvolta alle terapie cognitivo-comportamentali, talvolta a quelle farmacologiche, in certi casi a una combinazione dei due approcci e in altri a nessuno di essi. 

L’esistenza di due tipi di ADHD è stata suggerita dai neuropsichiatri della Shandong First Medical University cinese, che hanno pubblicato su General Psychiatry quanto riscontrato in 135 bambini con diagnosi di ADHA e in 182 bambini neurotipici tramite la risonanza magnetica strutturale, che aiuta a studiare nel dettaglio l’architettura del cervello. Innanzitutto, i dati hanno confermato che i bambini con ADHD hanno uno sviluppo del cervello diverso rispetto ai normotipici: la malattia dunque esiste, ed è associata a una morfologia molto tipica. Tuttavia, le risonanze, lette con l’aiuto di un sistema di intelligenza artificiale, hanno anche mostrato l’esistenza di due grandi classi di modifiche, associate peraltro a due pattern di comportamento.

Il primo tipo è caratterizzato da sintomi soprattutto sull’attenzione, è meno grave e mostra un aumento della materia grigia, in particolare nelle zone della corteccia frontale e del cervelletto. Via via che si manifestano i sintomi, questi cambiamenti diventano sempre più evidenti.

Il secondo tipo è quello più grave, nel quale i sintomi sono più eterogenei e comprendono l’iperattività e l’impulsività. In questo caso, le modifiche alla materia grigia sono più estese e sono particolarmente visibili nel cervelletto, nell’ippocampo (la zona che regola la memoria), nelle aree del controllo motorio e in quelle del controllo emozionale, della memoria e della motivazione. 

La nuova classificazione, anche se non ufficiale, potrebbe essere di grande aiuto non solo nel momento delle diagnosi, ma anche e soprattutto per impostare il miglior approccio terapeutico possibile per ciascun bambino.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 13 marzo 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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