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Nella polvere degli ambienti chiusi c’è DNA di decine di virus, compresi quelli patogeni

La polvere che si deposita sugli oggetti e che si libera nell’aria degli ambienti chiusi è una miniera di informazioni, per quanto riguarda la presenza di microrganismi. Se adeguatamente analizzata, può infatti essere utilissima per capire se in una stanza sono transitate persone che ospitavano certi virus e, in un’ottica più ampia, se in una certa zona (per esempio un condominio o un quartiere) sono o meno presenti determinati virus. Lo dimostra uno studio pubblicato su Building and Environment, nel quale i ricercatori dell’Università dell’Ohio di Columbus hanno analizzato una trentina di campioni raccolti in luoghi quali scuole, università e uffici. Sottoponendo la polvere ad analisi genetiche e confrontando i risultati con un database che contiene le sequenze di almeno 200 virus, è emerso che quei campioni contenevano tracce della presenza di almeno 54 virus diversi, tra i quali alcuni noti per essere patogeni per l’uomo come quelli influenzali, Sars-CoV 2, il virus di Epstein-Barr, i rinovirus del raffreddore, i norovirus, i citomegalovirus e altri. I più diffusi sono risultati essere quelli del raffreddore, i rinovirus, trovati nell’85% dei campioni e in concentrazioni elevate in quelli provenienti da ambienti dove stavano i bambini. Fatto che non stupisce e che suggerisce la possibilità di monitorare le comunità infantili più a rischio anche attraverso questo strumento. La polvere indoor si aggiunge quindi ad altri mezzi poco tradizionali come l’acqua o i terreni, nei quali la presenza di DNA ambientale o eDNA (da environmental DNA) può raccontare molto della zona circostante, ed essere sfruttato da diversi punti di vista.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 24 giugno 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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