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Identificate le basi genetiche della displasia congenita dell’anca con e senza dislocazione

La displasia congenita dell’anca, con o senza dislocazione, è una condizione che colpisce i neonati e che è già diagnosticabile nelle prime settimane di vita. I bambini che ne soffrono sono destinati ad avere un rischio elevato di sviluppare artrosi e irregolarità nella postura e nella camminata, al punto che a volte è necessario un intervento chirugico per correggerla. E’ noto da tempo che c’entra una forte componente genetica: chi ha un genitore o un parente che ne ha sofferto ha una probabilità di nascere con la displasia che può essere fino a 12 volte più elevata rispetto a chi non ha alcun parente affetto. Tuttavia, finora non si sapeva molto di più.

Per capire meglio quali fossero i geni coinvolti e che ruolo avessero, i ricercatori del Department of Applied Genetics della University of Shizuoka di Shizuoka, in Giappone, hanno effettuato uno studio che probabilmente è tra i più completi mai pubblicati, valutando al tempo stesso i dati di oltre mille giapponesi con displasia e 24.000 controlli sani e quelli di oltre 350.000 europei i cui geni erano stati sequenziati in altri studi. Come riferito su Bone Research, rivista del gruppo Nature, sono stati individuati diversi geni associati alla displasia con e senza dislocazione e, nello specifico, le varianti di tre geni: COL11A2, responsabile della sintesi di collageneCALN1, che codifica per una proteina che lega il calcioTRPM7, che regola i rapporti reciproci tra calcio e magnesio e interviene nella rigenerazione ossea. Tutti e tre spiegano perché si determini la displasia, che può avere vari livelli di gravità: sopraggiungono diverse anomalie nei processi che regolano la formazione e il rimodellamento dell’osso, particolarmente importanti durante la vita fetale e nei primi anni di vita. Le due forme, tra le quali ve ne sono molte intermedie, condividono alcune particolarità di questi geni, e ne hanno poi ciascuna di proprie.

La conoscenza della displasia congenita dell’anca da ora è dunque migliore: si spera che aver individuato i geni responsabili possa portare sia a diagnosi più precoci, anche attraverso screening familiari, sia a terapie mirate.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 21 maggio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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