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Per rimanere giovani a lungo c’è una terapia universale: lasciare sempre spazio all’arte

La connessione con le arti rallenta l’invecchiamento. E più la si pratica, in qualunque forma e in modo regolare, maggiori sono i benefici. Lo si vede nei marcatori genetici che definiscono l’età biologica che, per quanto non ufficialmente riconosciuti come tali, sono considerati attendibili per capire quanto l’organismo sia allineato o meno con l’età anagrafica. 

Gli effetti positivi delle mostre, della lettura, delle escursioni culturali, dei coincerti e così via sono stati dimostrati in uno studio pubblicato su Innovation in Aging nel quale i ricercatori dello UCL Institute of Epidemiology & Health Care di Londra hanno analizzato i campioni di oltre 3.500 cittadini britannici che avevano preso parte a uno studio intitolato UK Household Longitudinal Study, fornendo campioni e rispondendo a questionari sulle proprie abitudini. Nello specifico, sono stati verificati sette di questi marcatori e sono stati messi in relazione con la frequentazione di eventi culturali di qualunque tipo. Il risultato è stato che, se si analizza uno dei marcatori chiamato DunedinPACE, si vede che chi prende parte a un evento artistico almeno tre volte all’anno ha un rallentamento dell’invecchiamento del 2% rispetto a chi partecipa meno di tre volte all’anno, chi lo fa una volta al mese beneficia di uno del 3% e chi partecipa tutte le settimane arriva al 4%, un tasso paragonabile a quello che si vede con un’attività fisica regolare. Un altro test, focalizzato su un marcatore chiamato PhenoAge ha indicato un guadagno di un anno per chi si dedica all’arte una volta alla settimana rispetto a chi lo fa raramente (per confronto, l’attività fisica settimanale fa guadagnare sei mesi).

Si conferma così la grande importanza di mantenersi sempre attivi intellettualmente e di stimolare il cervello con attività gradite.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 16 maggio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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