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Per sconfiggere la solitudine c’è una terapia adatta a tutti: camminare nella natura

Per sconfiggere la solitudine, sentimento gravido di conseguenze negative e sempre più diffuso per diversi motivi (uso dei social, nuclei familiari sempre più piccoli e spostamenti, tra gli altri), bisogna camminare nella natura, e farlo senza fretta. Trascorre del tempo concentrando l’attenzione su ciò che ci circonda, evitando di pensare alle prestazioni sportive come accade per esempio quando si corre, per focalizzarsi solo sul panorama, sui suoni, sugli odori, sulla luce naturale ha un effetto molto potente e inaspettato. Lo ha dimostrato uno studio condotto in Norvegia, paese esteso ma scarsamente popolato, nel quale il 6% della popolazione afferma di sentirsi molto solo e il 53% di aver provato qualche forma di solitudine. Da qualche tempo lì è stato lanciato il Mjøsa Study, un’indagine finalizzata ad approfondire il ruolo dei beni immateriali come i paesaggi sul benessere degli abitanti della zona attorno all’omonimo lago. I ricercatori della Norwegian University of Science and Technology (NTNU) hanno sottoposto dettagliati questionari a 2.500 partecipanti, e hanno ottenuto risposte univoche: le passeggiate, specie se regolari, aiutano. Come illustrato in un articolo pubblicato su Health & Place, sembrano infatti esserci pochi dubbi sul fatto che la permanenza nella natura, anche senza la compagnia di altri esseri umani, arrechi un grande sollievo a chi soffre di solitudine.

Il motivo è da ricercare nel senso di connessione con la Terra che, più o meno inconsciamente, è presente in tutti, e aiuta a combattere la sensazione contraria, e cioè quella di essere soli, non connessi che, a sua volta, alimenta pensieri negativi. E’ necessario solo qualche accorgimento: evitare le distrazioni, procedere senza fretta per un tempo adeguato, e focalizzare l’attenzione su ciò che ci circonda.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 26 aprile 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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