Questo sito utilizza cookies tecnici (Google Analytics) per l'analisi del traffico, senza scopi commerciali; proseguendo la navigazione ci si dichiara implicitamente d'accordo all'uso dei medesimi Ok, accetto

In Giappone e Cambogia
la caccia alle origini del Covid

di Agnese Codignola

Da dove arriva il virus SARS-CoV-2, responsabile della malattia Covid 19? A queste domande si cerca di dare una risposta fin dai primi giorni della comparsa del virus a Wuhan, in Cina, ma, finora, la situazione è piuttosto confusa. Nelle ultime settimane, inoltre, sono stati pubblicati alcuni aggiornamenti che rendono il quadro - se possibile - ancora più frammentato, e ben lungi dall’essere composto in una visione unica. Uno di questi ha destato molto scalpore, perché ha riportato indietro le lancette della prima comparsa del virus in Italia di qualche mese, fissandolo all’estate 2019. I ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, guidati da Ugo Pastorino e Gabriella Sozzi, stavano infatti conducendo uno studio chiamato SMILE sulla diagnosi precoce del tumore al polmone, che prevede l’esecuzione di una TAC e il prelievo di sangue per il dosaggio di alcuni marcatori. Ma, al tempo stesso, stavano collaborando anche con i colleghi dell’Università di Siena, che hanno una grande esperienza sia nell’ambito dei vaccini sia in quello della produzione di anticorpi. Per questo, ragionando insieme, hanno deciso di verificare se, nei campioni raccolti, ci potesse essere traccia di SARS-CoV-2, e hanno iniziato a eseguire i test specifici.
Ebbene, come i ricercatori riferiscono sulla rivista Tumori Journal, gli oltre mille campioni analizzati, che erano stati raccolti durante l’estate, l’autunno e l’inverno del 2019, hanno rivelato un fatto inatteso: 111 di essi, pari all’11,6% del totale, contenevano anticorpi specifici, che in 6 casi erano neutralizzanti, cioè capaci di bloccare il virus Sars-CoV-2, a riprova dell’effettivo avvenuto contatto. Analizzando i tempi, gli autori hanno poi visto che nel settembre 2019 era positivo il 14% del totale, mentre in febbraio emergeva un picco: quasi un campione su 3 aveva gli anticorpi. Inoltre, più della metà dei campioni positivi proveniva dalla Lombardia, e i restanti da almeno 12 altre regioni italiane. 

Il virus, quindi, probabilmente circolava in Italia già alcuni mesi prima, rispetto al paziente 1, identificato ufficialmente il 20 febbraio 2020. Del resto, c’era stato un altro indizio nella stessa direzione: l’identificazione, nell’autunno 2019, del materiale genetico di SARS-CoV-2 in 15 campioni raccolti nelle acque reflue di 5 impianti di depurazione di Milano e Torino, segnalata sulla rivista Science of the Total Environment dai ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma coordinati da Elisabetta Suffredini (un riscontro del tutto analogo era stato ottenuto dai ricercatori dell’Università di Barcellona, in Spagna secondo uno studio pubblicato su MeRXiv

Il virus potrebbe pertanto essere giunto in Europa molto prima di quanto si pensasse, anche se, a differenza di quello che hanno affermato nei giorni seguenti alla pubblicazione alcuni media governativi cinesi, ciò non significa affatto che abbia avuto origine in Italia ma solo, appunto, che vi potrebbe essere arrivato prima, come del resto pensano diversi clinici e medici di medicina generale, che avevano iniziato a segnalare polmoniti atipiche ben prima dell’inizio del 2020.

A complicare il quadro è giunto poi, negli ultimi giorni, un articolo pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Nature, che torna sull’origine asiatica del virus e, in particolare, sulla possibilità che il microrganismo sia stato passato agli uomini (il cosiddetto spillover) da un pipistrello. La rivista riferisce che alcuni ricercatori dell’Istituto Pasteur di Phnom Penh, in Cambogia, avevano comunicato il ritrovamento di un coronavirus molto simile a SARS-CoV-2 in campioni di pipistrello a ferro di cavallo del genere Rhinolophus shameli risalenti al 2010. Non sono ancora stati pubblicati i dati specifici, né la sequenza di questo coronavirus, ma si sa che c’è un’omologia genetica di almeno il 97% rispetto a SARS-Cov-2. Il coronavirus cambogiano potrebbe quindi essere quello più simile a SARS-CoV-2 mai identificato finora (quello ritenuto più vicino, chiamato RaTG13, era stato individuato in una grotta dello Yunnan cinese nell’inverno scorso e aveva un’analogia del 96%). Se così fosse, il virus cambogiano balzerebbe in cima alla classifica dei sospettati di spillover. Ma occorreranno molti altri studi prima di capire esattamente se questo è davvero il virus che tutti cercano.

Un secondo studio, pubblicato sulla rivista dei Centers for Diseases Control di Atlanta, parla anche del Giappone, dove sarebbe stato trovato un altro coronavirus sospetto, chiamato Rc-o319, in un pipistrello a ferro di cavallo di un’ulteriore specie (Rhinolophus cornutus), catturato nel 2013. In questo caso l’omologia genetica sarebbe, però, solo dell’81%, un valore giudicato insufficiente per pensare che si tratti del progenitore di SARS-CoV-2, ma comunque interessante, perché dimostra che i pipistrelli a ferro di cavallo sono “contenitori” molto graditi ai coronavirus, e conferma anche che la circolazione di questi ultimi in Asia probabilmente è molto più estesa (e antica) del previsto. Non solo. La notizia di questi ritrovamenti, afferma Nature, ribadisce quanto sia opportuno controllare altri campioni, come fa esplicitamente il progetto PREDICT, iniziato nel 2009, prolungato di sei mesi rispetto alla prima scadenza e rifinanziato dalla US Agency for International Development con 3 milioni di dollari, grazie al quale si cercheranno altri coronavirus nei pipistrelli, ma anche nei pangolini e in altri animali, raccolti da vari laboratori di Laos, Malesia, Nepal, Tailandia, Vietnam e Cambogia.

Intanto anche la discussa missione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è ufficialmente partita: ispettori (in realtà virologi, veterinari, epidemiologi e altri esperti internazionali) di cui non è stata resa nota l’identità dovrebbero già essere in Cina, a Wuhan e non solo, e in altri Paesi asiatici, per cercare tracce biologiche in molti animali venduti nei wet market (i mercati in cui gli animali vengono conservati vivi, e macellati poi davanti al cliente) o allevati sia per la carne che per la pelliccia  (tra questi animali figurano anche i cani, le volpi, i cervi e altri di taglia più piccola, come gatti, procioni e visoni). Contemporaneamente, gli ispettori dell’OMS dovrebbero verificare le cartelle cliniche soprattutto degli ospedali di Wuhan, relative all’autunno 2019. Il tutto – si spera - per cercare di ricostruire una catena di eventi plausibile, al di là delle omissioni e delle strumentalizzazioni politiche che hanno caratterizzato questo aspetto fin dai primi giorni. 

----

Nella foto dell’agenzia iStok, centinaia di pipistrelli escono, al tramonto, dalle grotte di Phnom Sampeau (Cambogia occidentale)

Data ultimo aggiornamento 9 dec 2020
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Vedi anche: • Cosa sappiamo veramente del laboratorio di Wuhan


Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

Chiudi

Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

VAI ALLA VERSIONE COMPLETA