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Epatite B: il bepirovirsen assicura la cura detta funzionale a un paziente su cinque

La cura cosiddetta funzionale dell’epatite B potrebbe essere più vicina, grazie a un nuovo farmaco che ha mostrato una grande efficacia in due sperimentazioni cliniche gemelle, i cui risultati son o stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. Se così fosse, si tratterebbe di un grande passo in avanti per un’infezione che colpisce 250 milioni di persone nel mondo, che tende a ripresentarsi alimentando un’epatite cronica che, alla lunga, può evolvere in cirrosi, e che può essere tenuta sotto controllo con alcuni farmaci da assumere però per tutta la vita, fatto che complica molto le cure, rendendole anche assai costose, soprattutto in alcuni paesi.

Il bepirovirsen, chiamato familiarmente “bepi”, che interviene attraverso un meccanismo genetico su alcuni meccanismi fondamentali della replicazione virale e sulla proteina di superficie chiamata S e aiuta anche il sistema immunitario a bloccare il virus, è stato sperimentato contro un placebo su oltre 1800 pazienti che, in due trial uguali, sono stati trattati per sei mesi con un’iniezione sottocute del farmaco o di un placebo una volta alla settimana, più la normale terapia. Se dopo sei mesi dalla fine della cura con il bepi non c’erano segni di virus nel sangue, e si era quindi raggiunta quella che viene chiamata una cura funzionale, ai pazienti è stato permesso di sospendere anche le cure classiche. In entrambi i trial, il numero di pazienti che, dopo 72 settimane, ha potuto abbandonare la cura classica è stata decisamente superiore rispetto a quella dei malati trattati con un placebo: 127 su 650, contro nessuno su 328 nel primo, e 106 su 570, contro nessuno su 286 nel secondo. Il farmaco ha curato circa un paziente su cinque, contro nessuno del gruppo che ha ricevuto solo la terapia standard. Gli effetti collaterali non hanno destato preoccupazione anche se nel 16% dei pazienti trattai con bepi sono stati abbastanza seri (soprattutto un innalzamento dei parametri di infiammazione epatica).

Le autorizzazioni sono già state chieste alle agenzie regolatorie di Stati Uniti, Europa, Cina e Giappone.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 9 giugno 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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