ASTROBIOLOGIA
Il cervello si adatta alla microgravità e impara ad afferrare con la giusta forza
Il cervello umano si adatta all’assenza di gravità, anche se lo fa con tempi leggermente sfasati rispetto alla realtà. E ciò significa che, quando si trova in microgravità, come accade dentro le stazioni orbitanti o nei veicoli spaziali, la persona afferra gli oggetti con una forza molto maggiore rispetto a quella necessaria, perché il suo sistema nervoso sta passando da ciò che è abituato a fare alla nuova condizione, e viceversa, quando torna sulla Terra dopo una permanenza nello spazio anche di pochi giorni deve riabituarsi ad avere una presa più salda, dopo che ne era stata sufficiente una più blanda.
Lo studio pubblicato sul Journal of Neuroscience dai ricercatori dell’Università di Lovanio, in Belgio, basato sui dati raccolti su astronauti (due donne e nove uomini) che muovevano oggetti dotati di sensori sia in gravità zero che in gravità uno (sulla terra), dimostra che la gravità lascia nel cervello un’impronta che dura per molti giorni, anche per mesi. Nello spazio gli astronauti tendono ad afferrare con troppa forza, perché la mente, anticipando l’attrazione gravitazionale cui è abituata, si aspetta di doverlo fare, mentre sulla terra “sbagliano” per diversi giorni, perché il loro cervello si è ormai abituato al fatto che gli oggetti, se non trattenuti, fluttuino, e si deve ritarare sulla gravità terrestre.
La descrizione di ciò che accade è importante non solo per prevenire eventuali incidenti causati dallo sfasamento, ma anche perché dimostra che, sia pure con i suoi tempi, il cervello si adegua alla gravità zero anche se non ne ha mai fatto esperienza. Non era affatto scontato, dal momento che l’essere umano ha affrontato tutta la sua lunga storia evolutiva in presenza, e non in assenza di gravità.
A.B.
Data ultimo aggiornamento 27 aprile 2026
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