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Il cervello si adatta alla microgravità e impara ad afferrare con la giusta forza

Il cervello umano si adatta all’assenza di gravità, anche se lo fa con tempi leggermente sfasati rispetto alla realtà. E ciò significa che, quando si trova in microgravità, come accade dentro le stazioni orbitanti o nei veicoli spaziali, la persona afferra gli oggetti con una forza molto maggiore rispetto a quella necessaria, perché il suo sistema nervoso sta passando da ciò che è abituato a fare alla nuova condizione, e viceversa, quando torna sulla Terra dopo una permanenza nello spazio anche di pochi giorni deve riabituarsi ad avere una presa più salda, dopo che ne era stata sufficiente una più blanda.

Lo studio pubblicato sul Journal of Neuroscience dai ricercatori dell’Università di Lovanio, in Belgio, basato sui dati raccolti su astronauti (due donne e nove uomini) che muovevano oggetti dotati di sensori sia in gravità zero che in gravità uno (sulla terra), dimostra che la gravità lascia nel cervello un’impronta che dura per molti giorni, anche per mesi. Nello spazio gli astronauti tendono ad afferrare con troppa forza, perché la mente, anticipando l’attrazione gravitazionale cui è abituata, si aspetta di doverlo fare, mentre sulla terra “sbagliano” per diversi giorni, perché il loro cervello si è ormai abituato al fatto che gli oggetti, se non trattenuti, fluttuino, e si deve ritarare sulla gravità terrestre.

La descrizione di ciò che accade è importante non solo per prevenire eventuali incidenti causati dallo sfasamento, ma anche perché dimostra che, sia pure con i suoi tempi, il cervello si adegua alla gravità zero anche se non ne ha mai fatto esperienza. Non era affatto scontato, dal momento che l’essere umano ha affrontato tutta la sua lunga storia evolutiva in presenza, e non in assenza di gravità.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 27 aprile 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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