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L’aspirina non evita la formazione di polipi
e tumori intestinali. E può essere pericolosa

L’aspirina (acido acetilsalicilico) e probabilmente anche gli altri antinfiammatori non steroidei non prevengono la formazione di polipi e tumori del colon retto, anche se da anni questa ipotesi è al centro di studi e valutazioni. E una sua assunzione prolungata può comportare rischi non banali di ulcere e ictus, e non va quindi sottovalutata.

Sembra dire una parola definitiva la revisione Cochrane (il circuito internazionale di esperti che valuta gli studi migliori a disposizione per cercare di capire se, in bade alle prove, è possibile o meno dare indicazioni certe) dedicata al tema appena pubblicata su Cochrane Review.

In essa infatti sono stati valutati dieci studi randomizzati e controllati che hanno coinvolto poco meno di 125.000 persone che avevano assunto il farmaco per periodi che variavano da cinque a 15 anni, e il risultato è stato netto. L’assunzione di aspirina, anche in dosaggio ridotto (la cosiddetta aspirinetta, consigliata spesso a chi deve prevenire eventi cardiovascolari), non è associata a una riduzione del rischio per terapie che durino meno di dieci anni. Per periodi più prolungati i dati sono incerti. E però è sicuramente associata a un importante aumento del rischio di sanguinamenti, siano essi ulcere gastriche o ictus emorragici o altro. Resta solo un possibile ruolo, sul quale però le prove non sono del tutto convincenti: quello in chi è geneticamente predisposto a sviluppare il tumore del colon retto, per esempio perché è affetto dalla sindrome di Lynch o perché ha una chiara familiarità.

La conclusione è che il rapporto è probabilmente più complesso del previsto, e qualunque decisione andrebbe valutata a livello personale, se possibile anche con l’aiuto di test genetici specifici e sempre sotto rigorosa supervisione medica, almeno in attesa che si chiariscano effetti e rischi in studi dedicati specificamente a questo obbiettivo.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 4 marzo 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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