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Covid, ecco perché funzionano
i test molecolari della saliva

di Paola Scaccabarozzi

Dalla fine di settembre hanno ricevuto il via libera in Italia (sulla scia di quanto avvenuto anche in altri Paesi) i test salivari molecolari, per individuare la presenza del coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della malattia Covid-19) nell’organismo. Semaforo rosso, invece, per i test salivari antigenici, i cosiddetti test rapidi, che - secondo il Ministero della Salute - non hanno una sufficiente sensibilità per consentire di ottenere il Green Pass, e infatti sono attualmente esclusi anche dall’apposito elenco comune europeo. L’uso dei test salivari molecolari sarà però limitato solo alle persone fragili (per esempio: anziani nelle case di riposo, disabili, persone con disturbi dello spettro autistico), agli operatori sanitari e ai bambini. "L’impiego dei test salivari molecolari - spiega il Ministero - richiede un numero più elevato di passaggi (rispetto ai tamponi nasali, ndr), che comportano tempistiche più lunghe per l’analisi dei campioni". Per questo, al fine di evitare il sovraccarico dei laboratori di microbiologia regionali, che sono già sotto una forte pressione, si è stabilito di dare l’ok ai test salivari molecolari solo per alcune categorie.

Per capire di che cosa si tratti esattamente e quale sia il grado di affidabilità dei test salivari molecolari, abbiamo intervistato il professor Mario Plebani, ricercatore di primo piano durante l’emergenza Covid presso l’Università di Padova, già presidente della Scuola di Medicina dell’Ateneo e protagonista della messa a punto dei test salivari.

Come funzionano, professore, questi test e, soprattutto, che grado di sensibilità ci garantiscono?

«Si tratta di test estremamente affidabili già all’inizio della malattia - risponde Plebani - perché il virus si annida nel cavo orale nei primi sei-otto giorni. Per quanto attiene all’accuratezza, si può affermare che è intorno al 98%, anzi sfioriamo addirittura il 100%, premesso che la certezza assoluta è pressoché impossibile in medicina e nella vita, in genere. Dal punto di vista metodologico funzionano esattamente come i test molecolari naso-faringei, perché si ricerca nel campione salivare l’RNA (frammenti di codice genetico, ndr) del Coronavirus». 

Com’è nata l’idea dei salivari e come è stata validata concretamente? 

«L’idea è nata dalla mia lunga esperienza di direttore di laboratorio  di biochimica clinica. Abbiamo usato la stessa metodica di raccolta della saliva impiegata per l’analisi del cortisolo, noto come “l’ormone dello stress”, nel nostro organismo. Nei laboratori di analisi si utilizza infatti la saliva per effettuare questa ricerca, come pure quella di altri ormoni. E così abbiamo pensato di usare la medesima tecnica per individuare la presenza del virus SARS-CoV-2. Si è rilevata una buona idea. Si tratta, infatti, di un test facile da eseguire, non invasivo e adatto anche a bambini e disabili, oltre che estremamente utile per gli screening di massa. Dall’ottobre del 2020 al luglio di quest’anno lo abbiamo regolarmente utilizzato sugli 8mila dipendenti dell’Università di Padova. Ogni quindici giorni abbiamo analizzato i campioni salivari di questo folto gruppo. La sensibilità dei test, oltre che in laboratorio, era stata preventivamente misurata sovrapponendo il loro utilizzo a quello dei tamponi molecolari tradizionali nei reparti Covid dell’Azienda Ospedale-Università di Padova».

Quali i vantaggi?

«Oltre a quelli ovvi, ossia la non invasività di questa metodica e la semplicità della manovra (non servono competenze particolari), ne vanno sottolineati altri due: la velocità dell’esecuzione, e la raccolta in autonomia del campione. Viene meno, così, la necessità di personale dedicato, di spazi appositi e delle precauzioni necessarie per effettuare tamponi in sicurezza, come mascherine, camici e visiere. Inoltre i test salivari sono stati ben accolti da tutti coloro che gravitano intorno all’Ateneo e l’adesione allo screening è stata dunque altissima, cioè dell’88%. Ma non solo: la certezza di essere periodicamente sottoposti a un controllo ha attivato un’attenzione maggiore nell’utilizzo corretto delle mascherine, della disinfezione costante delle mani e del mantenimento delle distanze di sicurezza. Il risultato è stato che il tasso di positività è stato mediamente del 3%, quando nella nostra regione si aggirava mediamente intorno al 7%».

Come funziona praticamente? 

«A chi ha partecipato allo screening è stata regolarmente fornita una provetta, insieme a un sacchetto di plastica e a un rotolino di cotone (simile ai rulli utilizzati dal dentista) da masticare per uno o due minuti. Il rotolino, dopo essere stato masticato, deve essere riposto - previa igienizzazione delle mani - in una provetta da inserire a sua volta in un sacchetto a chiusura ermetica. I campioni, raccolti in appositi punti, vengono poi  centrifugati con una procedura identica a quella degli analoghi molecolari oro-faringei. Entro la sera del giorno del ritiro viene fornito il risultato».    

Questo test verrà utilizzato come screening anche nelle scuole?

«È partito dal liceo scientifico “Cornaro” di Padova il Progetto scuole sentinella, messo a punto dal ministero e immediatamente recepito dalla Regione Veneto, anche grazie al supporto del generale Francesco Figliuolo, commissario per l’emergenza Covid. L’obiettivo è quello di monitorare l’andamento del virus nella popolazione scolastica attraverso test salivari molecolari che gli stessi ragazzi si autosomministreranno a casa ogni 15 giorni. In caso di positività del test salivare molecolare, non sarà necessario fare un test di conferma su tampone nasofaringeo».

E per i “normali cittadini” è facile sottoporsi ai campioni salivari? 

«Premesso che la vaccinazione rimane per tutta la popolazione (tranne ovviamente le poche persone non idonee) lo strumento principale per sconfiggere la pandemia, attualmente pochi sono i punti di riferimento in Italia per l’esecuzione dei test salivari che, insieme alla campagna vaccinale e ai test naso-faringei, costituiscono uno strumento importante per monitorare l’infezione da SARS-CoV-2. Speriamo in un incentivo del loro utilizzo grazie a decreti attuativi che specifichino come, dove effettuarli e come ottenere il Green Pass dopo averli effettuati».

In quali altri Paesi il test salivare molecolare consente di ottenere il Green Pass?

«Al momento, Francia, Germania e alcuni altri Paesi sia europei che oltreoceano». 

Data ultimo aggiornamento 2 oct 2021
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Tags: coronavirus, Covid-19




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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