INTERVISTA A CRISTINA MUSSINI
Contro virus, batteri e tumori cresce
la sfida degli anticorpi monoclonali

di Benedetta Bianco
Corrette misure igieniche, vaccini, uso consapevole degli antibiotici, sorveglianza attiva dei patogeni: la prima e più efficace strategia per contrastare le malattie infettive continua a essere, anche nel 2026, la prevenzione, nonostante i continui progressi delle terapie. A sottolinearlo è Cristina Mussini, nuova presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT), oltre che direttrice della Clinica di malattie infettive dell’Azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Modena e professoressa ordinaria all’Università di Modena e Reggio-Emilia.
«La strategia principale che abbiamo contro le malattie infettive è quella di riuscire a evitarle - conferma Mussini - In primo luogo nutrendo in maniera adeguata le persone, poiché la prima causa di immunodepressione nel mondo è la malnutrizione. In secondo luogo, con acqua pulita e misure di igiene come lavarsi le mani. Una volta fatta bene la prevenzione, le terapie per le malattie infettive ormai sono tante».
Le malattie infettive sono quelle causate da agenti patogeni come batteri, virus, funghi e parassiti, che sono capaci di trasmettersi da persona a persona in maniera diretta o indiretta. A livello globale, la principale è tuttora la tubercolosi, causata dal Mycobacterium tuberculosis, che nel 2024 ha causato 10,7 milioni di casi e 1,23 milioni di decessi (dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità). Seguita dall’infezione da HIV, che è dovuta a due specie di Lentivirus, con 1,3 milioni di nuove diagnosi e 630.000 morti nel 2024 (per AIDS), e dalla malaria, provocata dal parassita Plasmodium e trasmessa all’uomo dalle zanzare, i cui dati relativi al 2023 parlano di oltre 260 milioni di nuovi casi e circa 600.000 decessi. «Sono tutte malattie correlate alla povertà – dice Mussini – e negli ultimi anni la forbice tra i Paesi più ricchi e quelli più poveri non solo non è migliorata, ma è addirittura peggiorata».
LA SITUAZIONE NEL VECCHIO CONTINENTE - In Europa, invece, il quadro è molto diverso. Malaria e tubercolosi hanno una scarsa prevalenza e il problema più rilevante è quello dell’antibiotico-resistenza, la “pandemia silenziosa” inserita dall’OMS tra le sfide principali per il futuro. Il fenomeno è infatti dovuto alla capacità dei batteri di evolversi in modo da sfuggire all’azione degli antibiotici che dovrebbero ucciderli, rendendo le infezioni sempre più difficili da curare e dunque sempre più pericolose. In Europa si registrano oltre 35.000 morti l’anno per malattie causate da microrganismi resistenti, un dato destinato purtroppo ad aumentare.
Per quanto riguarda i virus, abbiamo invece pochi farmaci a disposizione, e per questo le malattie infettive più difficili da debellare sono, appunto, quelle virali. «I pochi medicinali che abbiamo - spiega Mussini - non portano alla guarigione, ma solo a una stabilizzazione della patologia. Sono però in via di sviluppo alcuni nuovi farmaci per il virus respiratorio sinciziale». Si tratta di un virus molto comune che infetta le vie respiratorie a qualunque età, ma che colpisce principalmente i bambini nei primi anni di vita. Tra i nuovi trattamenti ci sono anche alcuni anticorpi monoclonaliGli anticorpi monoclonali sono anticorpi del tutto simili a quelli che il sistema immunitario produce contro i “nemici” (batteri, virus e altro ancora), ma non sono presenti in modo naturale nel nostro organismo. Vengono creati in laboratorio, grazie a tecniche di ingegneria genetica, e sono mirati contro un preciso bersaglio della malattia, identificato dai ricercatori: per esempio, nel caso del Covid, contro la proteina Spike, utilizzata dal coronavirus per entrare nelle cellule e infettarle. Una volta prodotti, vengono fatti moltiplicare in laboratorio, identici, in un numero grandissimo di copie, o di cloni (per questo vengono chiamati monoclonali), e poi immessi nell’organismo del paziente, in genere tramite infusione (endovena)., ormai molto sfruttati in ambito clinico sia per scopi diagnostici che terapeutici.
Gli anticorpi monoclonali sono particolari tipi di anticorpi prodotti in laboratorio tramite tecniche di biotecnologia e ingegneria molecolare, per renderli il più possibile efficaci contro un determinato bersaglio. Siccome vengono poi duplicati in gran numero (o, meglio, in un gran numero di cloni identici), vengono definiti “monoclonali”. Questi anticorpi (che sono proteine) sono progettati per legarsi in maniera estremamente specifica a un determinato antigene, cioè a una molecola che viene riconosciuta come bersaglio, e che quindi scatena una risposta immunitaria. In alcuni casi, possono essere legati a farmaci, che vengono così portati a destinazione in modo molto preciso, riducendo gli effetti indesiderati sulle cellule sane e aumentandone l’efficacia.
I PROGRESSI NELLA DIAGNOSTICA - Ma gli anticorpi monoclonali sono ampiamente utilizzati anche in ambito diagnostico, per individuare la presenza di batteri e virus, o quella delle “firme molecolari” tipiche dei tumori. Sono anche molto presenti nei kit diagnostici fai-da-te, come i test di gravidanza e quelli rapidi per il Covid-19.
INFIAMMAZIONI E AUTOIMMUNITÀ - Torniamo alle terapie: gli anticorpi monoclonali sono impiegati per il trattamento anche di patologie non infettive: quelli ad azione antinfiammatoria, per esempio, possono combattere, tra le altre, l’artrite reumatoide che colpisce le articolazioni. Gli anticorpi monoclonali che, invece, sono in grado di sopprimere altre cellule immunitarie, vengono usati per combattere le malattie autoimmuni e per prevenire il rigetto nei trapianti d’organo. Infine, quelli ad azione antitumorale colpiscono perlopiù fattori fondamentali per lo sviluppo delle cellule cancerose, o proteine presenti in eccesso.
Gli anticorpi monoclonali hanno, tuttavia, anche importanti limiti. Sono, innanzitutto, molto costosi da produrre e, cosa, ancora più importante, possono in alcuni casi scatenare una risposta immunitaria indesiderata contro gli anticorpi stessi, circostanza che ovviamente rende la terapia controproducente. «Un altro problema è che spesso perdono di efficacia molto rapidamente – aggiunge Mussini, – anche in questo caso per la capacità di mutare ed evolversi degli agenti patogeni. Nei mesi scorsi, però, è uscito sulla rivista Nature uno studio che illustra i risultati di un gruppo italiano, guidato da Rino Rappuoli, impegnato nello sviluppo di anticorpi monoclonali contro microrganismi resistenti, e questa è una bella speranza per il futuro».
Lo studio, pubblicato nell’ ottobre 2025 e guidato da Fondazione Toscana Life Sciences e Fondazione Biotecnopolo di Siena, dimostra l’efficacia di un anticorpo monoclonale capace di neutralizzare Klebsiella pneumoniae, uno dei batteri più pericolosi e con una forte resistenza a tutti gli antibiotici conosciuti, responsabile di polmoniti e infezioni urinarie. L’anticorpo isolato è in grado di riconoscere la superficie esterna del batterio, proteggendo dall’infezione causata da diversi ceppi.
I FARMACI CONTRO IL VIRUS HIV - Anche una nuova terapia allo studio per l’HIV è costituita da due anticorpi monoclonali che vanno somministrati ogni sei mesi, insieme a un altro farmaco. «Il problema, però – specifica Mussini – è che le persone per le quali questi anticorpi monoclonali sono efficaci costituiscono una netta minoranza».
L’INFLUENZA AVIARIA - Oltre all’antibiotico-resistenza, in Europa comincia a destare preoccupazione anche l’influenza aviaria, che circola ampiamente tra gli uccelli selvatici del continente e che ha già generato diversi focolai negli allevamenti. «È stata rilevata una propagazione rapida di questo virus – continua Mussini – e si teme sempre che faccia il salto di specie. Già negli Stati Uniti si sono verificati alcuni casi».
GLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO - La scorsa estate si è parlato molto, infine, anche dei virus trasmessi dalle zanzare, in particolare West Nile Virus e Chikungunya. Secondo lo European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), il cambiamento climatico sta prolungando e intensificando la stagione delle zanzare in tutto il continente, e ciò potrebbe avere conseguenze importanti per la salute. Nel 2025, ad esempio, sono stati registrati oltre 1.100 casi di infezioni dovute a West Nile Virus in tutta Europa, con l’Italia in testa, e 97 decessi (dati dell’ECDC). I numeri sono superiori alla media dell’ultimo decennio, che si aggira poco sopra i 750 casi, ma sono inferiori alle cifre registrate in anni nei quali la circolazione del virus era stata particolarmente intensa, come il 2018, il 2022 e il 2024, quando erano stati “censiti” più di 1.300 casi.
Il problema è che noi ormai abbiamo il vettore, cioè le zanzare, ed è sufficiente che una zanzara femmina punga una persona rientrata da un’area in cui ha contratto l’infezione perché il virus possa essere trasmesso anche nei nostri territori, iniziando a circolare. «Già negli ultimi anni - coferma Mussini - abbiamo avuto focolai significativi, specialmente in Italia, in regioni come l’Emilia-Romagna e il Lazio». Per queste, come per altre malattie infettive emergenti, è importante avere un sistema sanitario che faccia rete, nella quale ciascun elemento collabori con gli altri e comunichi tempestivamente le criticità. E proprio su questo, infatti, insieme alla lotta contro i patogeni resistenti, punta di più Cristina Mussini in qualità di nuova presidente della SIMIT. «Mi concentrerò sul cercare di fornire al Ministero una rete di allerta e preparazione in caso di future pandemie – commenta – che comprenda i colleghi dell’emergenza-urgenza, dei rianimatori, e altri ancora. Abbiamo già una rete di 35 ospedali in Italia, ma ci stiamo ampliando».
Data ultimo aggiornamento 13 marzo 2026
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