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Ideato un gemello digitale che svela se, quanto e quando sono stati assunti alcolici

Etilometro addio. Potrebbe diventare obsoleto, lo strumento oggi più utilizzato per una prima indagine sui livelli di alcol nel sangue per esempio in chi guida e ha avuto un incidente o in chi è sospettato di aver commesso un crimine. E lo stesso potrebbe verificarsi per le prime indagini su sangue e urine che, al momento, dopo un evento per il quale è necessario accertare se il soggetto aveva bevuto, possono mascherare i risultati con il cosiddetto effetto fiaschetta, cioè far pensare che il tasso alcolico sia dovuto a una bevuta successiva al fatto. In certe condizioni, non c’è modo di sapere a quando risale l’assunzione. Ora però tutto potrebbe cambiare, grazie a una tecnica molto più sofisticata, illustrata in un articolo pubblicato sulla rivista del gruppo Nature Scientific Reports dai ricercatori dell’Università di Örebro, in Svezia, e basata su un gemello digitale del sospettato.

L’idea di fondo è che il metabolismo dell’alcol dipende da molte variabili di cui non si può non tener conto: oltre al tipo di bevanda (cambia molto se si beve una birra o una vodka), entrano in gioco la velocità di svuotamento gastrico, i dati antropometrici come peso e altezza, genere, eventuali malattie presenti, il metabolismo e diversi altri fattori personali. Inserendo tutti questi dati in un programma si ottiene un gemello digitale realistico, sul quale si può elaborare una stima molto più accurata e capire, per esempio, se un certo alcolico è stato assunto tre, cinque o dieci ore prima e in quale quantità, grazie a simulazioni personalizzate derivanti dagli esami del sangue, delle urine e del respiro. Non si ottiene la certezza al 100%, ma di certo una stima molto più accurata di quelel possibilio oggi.

La speranza è che le prestazioni del sistema siano presto confermate in altri studi e che il tutto sia trasformato in un kit alla portata delle forse dell’ordine e non solo.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 2 maggio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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