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Il senso del ritmo probabilmente è innato nei bambini, quello della melodia non lo è

Il senso del ritmo, ma non quello della melodia, è innato e si vede già nei bambini di pochi giorni di vita. Lo dimostra una ricerca che chiarisce che le reazioni alla musica, che si possono registrare già alla trentacinquesima settimana di vita, in utero, come accelerazioni del battito cardiaco e movimenti spontanei, non sono solo risposte del cervello a uno stimolo acustico, ma rappresentano la capacità di percepire e anticipare il ritmo. Per studiare il senso del ritmo, i ricercatori dell’Università di Pisa hanno fatto ascoltare musica di Johan Sebastian Bach a una cinquantina di neonati addormentati, alcuni dei quali di appena due giorni, nei quali si stava registrando un elettroencefalogramma (EEG). Le composizioni, tutte per pianoforte, includevano dieci melodie originali e quattro mescolate, con melodie e tonalità confuse rispetto allo spartito originario. Il risultato dell’elaborazione degli EEG, riportato su PLoS Biology ha mostrato che quando i neonati ascoltavano la musica non originale e quindi non tutta al ritmo giusto, il loro cervello esprimeva l’andamento tipico della sorpresa, a dimostrazione del fatto che ciò che udivano non era ciò che si aspettavano, e che quindi erano stati in grado di prevedere l’andamento del ritmo di un brano musicale in base al suo inizio. Lo stesso non si è visto per i cambiamenti di melodia: evidentemente, la capacità di prevedere una certa melodia si sviluppa più tardi e segue altri percorsi neurologici.

Capire esattamente come e quando si sviluppano le capacità di elaborare la musica e il ritmo, che sembrano in parte innate, e che infatti non a caso sono presenti in tutte le popolazioni mondiali, potrebbe aiutare a a chiarire meglio in che modo l’ascolto della musica durante la gestazione influenzi lo sviluppo del bambino e anche contrastare i danni che possono insorgere durante la vita per i più diversi motivi.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 7 febbraio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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