NUOVE INDICAZIONI
Per curare ansia e rigidità cognitiva
un vecchio beta-bloccante e l’LSD

Nella psichiatria contemporanea stanno riemergendo due vecchi strumenti terapeutici che sembrano avere poco a che fare l’uno con l’altro. Da una parte il propranololo, un farmaco nato per la cardiologia e oggi sempre più presente nei contesti di ansia performativa. Dall’altra il ritorno controllato di alcune sostanze psichedeliche, come la dietilammide dell’acido lisergico (LSD), che erano state considerate droghe pericolose e dunque messe al bando in tutto il mondo a partire dai primi anni ’70. Terapie a base di LSD vengono studiate, adesso, soprattutto per trattare i casi di depressione resistente ai farmaci tradizionali e i disturbi caratterizzati da forte rigidità cognitiva.
Il propranololo, come dicevamo, viene invece sempre più prescritto per placare alcuni sintomi dell’ansia, anche se le evidenze scientifiche sulla sua efficacia in questo ambito rimangono deboli. Molte persone, in ogni caso, utilizzano questo farmaco in modo generalizzato come anti-stress, anche senza una prescrizione medica, per ridurre sintomi come battito accelerato, mani tremanti e sudorazione. In realtà il propranololo può attenuare alcune manifestazioni dell’ansia, ma non il disturbo in sé, che di norma viene curato con la psicoterapia e con medicinali che agiscono sul cervello e non sul cuore.
«Il propranololo, ma anche l’LSD - spiega ad Assedio Bianco lo psichiatra Zefiro Mellacqua, direttore medico della Clinica Psichiatrica Cantonale (CPC) di Mendrisio (Svizzera) - sono “strumenti” che intervengono sulla rigidità cognitiva, emotiva e comportamentale della risposta umana alla sofferenza. A cambiare è il livello d’azione: nel propranololo il corpo, negli psichedelici l’organizzazione stessa dell’esperienza soggettiva».
Il propranololo rappresenta un caso interessante di “migrazione farmacologica”. Introdotto negli anni Sessanta come beta-bloccante per il trattamento di ipertensione, aritmie e altre patologie cardiovascolari, ha progressivamente trovato spazio anche in neurologia e psichiatria. Riduce la frequenza cardiaca, attenua la risposta periferica all’adrenalina e limita l’attivazione del sistema nervoso autonomo associata allo stress.
Ma il suo utilizzo psichiatrico racconta qualcosa di più profondo del semplice riadattamento di una molecola. «Uno degli errori più comuni - osserva Mellacqua - è immaginare che i sintomi fisici dell’ansia siano soltanto conseguenze passive dello stato mentale. Nella pratica clinica succede spesso il contrario: il corpo si attiva ancor prima che il pensiero riesca a organizzare l’esperienza». È un meccanismo particolarmente evidente nell’ansia da prestazione, che si presenta, ad esempio, nel caso di public speaking (situazioni in cui bisogna parlare davanti a un pubblico), esami universitari, audizioni musicali, interventi chirurgici, performance teatrali: circostanze in cui l’elemento centrale non è necessariamente una paura strutturata, ma l’improvvisa accelerazione fisiologica che il soggetto percepisce come perdita di controllo imminente. «Il paziente - continua Mellacqua - sente il cuore accelerare, le mani tremare, il respiro modificarsi. Quei segnali vengono interpretati come prova di pericolo. Si crea un circuito che si autoamplifica». Il propranololo agisce precisamente lì, interrompendo il feedback corporeo dell’ansia. «Non elimina completamente l’attivazione emotiva - precisa Mellacqua - ma impedisce che la fisiologia trasformi quella tensione in panico».
UNA NUOVA SENSIBILITÀ - Negli ultimi anni il farmaco è diventato quasi simbolico di una nuova sensibilità clinica verso la dimensione somatica dell’ansia. Musicisti professionisti, attori, avvocati, manager, chirurghi e studenti lo utilizzano per contenere la cosiddetta “ansia anticipatoria somatica”: una risposta involontaria (“autonomica”, in termine tecnico) che precede perfino il pensiero cosciente della paura. La questione è rilevante anche sul piano neuroscientifico. Le moderne teorie dell’emozione mostrano, infatti, che l’esperienza ansiosa emerge da un’interazione continua tra cervello, sistema nervoso autonomo e percezione corporea. In questo quadro il cuore che accelera non è semplicemente un effetto dell’ansia: contribuisce attivamente a costruirla. «Il propranololo è interessante proprio perché non agisce sulla mente nel senso classico del termine - spiega Mellacqua. - Agisce sul corpo, ma modificando il corpo cambia anche l’esperienza soggettiva dell’ansia». A differenza di farmaci come le benzodiazepine, non produce alterazioni cognitive importanti.
Questo, tuttavia, non significa che il farmaco rappresenti una soluzione autonoma. Le linee guida internazionali continuano a considerare psicoterapia e antidepressivi serotoninergici (in sigla SSRI) come trattamenti principali per i disturbi d’ansia strutturati. «Il propranololo non è una terapia completa dell’ansia - precisa Mellacqua. - È uno strumento estremamente efficace in un dominio molto specifico. Il rischio è usarlo come semplice copertura sintomatica». Il beneficio più stabile, ad esempio, emerge quando la riduzione dell’iperattivazione fisiologica permette finalmente al paziente di lavorare nell’ambito della psicoterapia sulla paura del giudizio, sul perfezionismo e sulle dinamiche interne della performance. «Se il corpo è continuamente in allarme - osserva - diventa difficile fare un vero lavoro psicologico. “Ridurre il rumore” può creare lo spazio necessario perché il paziente riesca a pensare, invece di reagire». Per questo, il propranololo viene utilizzato anche in altri contesti psichiatrici, come ad esempio nel caso del trattamento dell’acatisia, l’irrequietezza motoria associata soprattutto agli antipsicotici tipici. Il farmaco interviene indirettamente, riducendo la componente periferica dell’attivazione motoria.
LSD E PSILOCIBINA - Se il propranololo rappresenta un intervento “periferico” sulla sofferenza psichica, gli psichedelici terapeutici sembrano muoversi all’estremo opposto. Non riducono semplicemente l’attivazione: modificano temporaneamente l’organizzazione dell’esperienza cosciente. Negli ultimi quindici anni università e centri di ricerca internazionali hanno riaperto lo studio di sostanze come psilocibina e LSD in pazienti con depressione resistente, disturbo ossessivo-compulsivo, PTSD (disturbo da stress post-traumatico) e altre condizioni caratterizzate da forte inflessibilità cognitiva che non rispondono alle terapia psicofarmacologiche e psicoterapiche convenzionali.
Secondo Mellacqua, il punto centrale non è l’effetto allucinatorio in sé, ma l’aumento della flessibilità psicologica. «Gli psichedelici - spiega - non funzionano come farmaci che sopprimono un sintomo. Producono, invece, una temporanea destabilizzazione delle strutture mentali rigide. Pensieri ossessivi, narrazioni depressive e schemi traumatici diventano meno vincolanti per il soggetto». Le neuroscienze contemporanee ipotizzano che tali sostanze inducano modificazioni transitorie della connettività cerebrale, soprattutto nei network legati all’autoriferimento e alla “perseverazione” cognitiva. «Molti pazienti descrivono l’esperienza non come un semplice miglioramento dell’umore - dice Mellacqua - ma come la possibilità di osservare sé stessi da una prospettiva meno limitante».
Nel modello psichedelico classico vengono impiegati dosaggi pieni in un ambiente clinico controllato, con possibili esperienze di dissoluzione dell’ego e intensa ristrutturazione narrativa del sé. Nel Canton Ticino, Mellacqua sta invece conducendo studi in linea con un modello integrato alla psicoterapia, che prevede l’utilizzo di dosi terapeutiche di psichedelici con una frequenza di 4-6 somministrazioni all’anno, mentre la psicoterapia procede con una cadenza pressoché settimanale. La Svizzera rappresenta uno dei pochi Paesi europei in cui questi protocolli possono essere autorizzati caso per caso sotto supervisione federale, benché l’accesso resti limitato e altamente regolamentato. Gli psichedelici classici, precisa Mellacqua, non producono dipendenza fisica comparabile a oppiacei o stimolanti, ma possono risultare destabilizzanti in persone vulnerabili. «Il rischio principale non è il craving (cioè il desiderio compulsivo di assumere nuovamente la sostanza, ndr), ma l’intensità dell’esperienza psicologica - spiega Mellacqua. - Per questo vanno esclusi pazienti con psicosi attive, disturbi bipolari e pazienti con gravi disturbi di personalità non stabilizzati».
STRUMENTI DIVERSI - Sullo sfondo emerge una trasformazione più ampia della psichiatria contemporanea. Il propranololo e gli psichedelici sembrano occupare due estremi dello stesso paradigma: da una parte la regolazione precisa della fisiologia ansiosa, dall’altra la modificazione temporanea delle strutture cognitive ed esistenziali che organizzano la sofferenza. «Non si tratta di sostituire una terapia con un’altra - conclude Mellacqua - ma di avere strumenti diversi per livelli diversi di grave e perdurante sofferenza psichica».
Data ultimo aggiornamento 21 settembre 2026
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