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I coronavirus degli esseri umani e quelli dei felini hanno diverse caratteristiche comuni

Che cosa può insegnare sul coronavirus umano Sars-CoV 2 lo studio di un’infezione da coronavirus che colpisce i gatti? Molto, secondo quanto riportato su Veterinary Microbiology dai ricercatori dell’università della California di Davis. Perché ciò che si verifica con la FIP, la peritonite infettiva dei felini, malattia che può portare a convulsioni e morte, che non colpisce gli esseri umani, è molto simile a quanto si vede nei casi più gravi di Covid e soprattutto nel Long Covid, la sindrome post virale ancora in parte misteriosa che interessa ancora milioni di persone nel mondo.

Tra le ipotesi sulle cause del Long Covid c’è da sempre quella che, a prescindere dalla positività o meno dei test, anche dopo la fase acuta nell’organismo restino virus interi o parti di virus che, silenziosamente, continuino a stimolare il sistema immunitario, provocando i sintomi. Ne rimarrebbero però così pochi che sarebbe quasi impossibile identificarli. Tuttavia, la responsabilità di danni diffusi a tutti gli organi e con molte manifestazioni diverse sarebbe loro, o dei loro detriti.

Quello che accade nei gatti con la FIP è esattamente questo, e ora sembra dimostrato con certezza e con nuovi dettagli. Nei gatti analizzati sono infatti state trovate tracce del coronavirus non solo nei linfonodi, come era già noto, e come è lecito aspettarsi, vista la funzione di filtro di questi organi, ma anche all’interno dei due tipi principali di cellule del sistema immunitario, ovvero le cellule B, da cui derivano gli anticorpi e i linfociti T, alcuni dei quali sono risultati anch’essi positivi al coronavirus felino. E non è tutto: ci sono prove che non si tratti di detriti ma di virus vitali, che sono in grado di moltiplicarsi. Tutto ciò conferma le ipotesi fatte per le forme umane, e merita un approfondimento. Se ci fossero ulteriori prove, i felini potrebbero essere molto utili per studiare meccanismi che è difficilissimo analizzare negli uomini. Inoltre, le strategie contro le forme post infettive e anche contro quelle acute più gravi potrebbero finalmente avere un obbiettivo chiaro: il virus e le cellule immunitarie nelle quali si nasconde.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 9 febbraio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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