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L’anemia si combatte meglio se al ferro si aggiunge la vitamina C del succo di guava

Per contrastare l’anemia, per esempio in gravidanza o nella pubertà, ma anche in tutte le altre situazioni, oltre ai supplementi contenti ferro si dovrebbe bere succo di guava (Psidium guajava), il frutto tropicale della famiglia delle Myrtacee ricco di vitamine, antiossidanti e sali minerali. Una metanalisi pubblicata sul BMJ Nutrition, Prevention & Health mostra infatti che il succo potenzia l’effetto del ferro, e che l’effetto dell’aggiunta è superiore a quello che ci si aspetterebbe se le azioni si sommassero senza essere sinergiche. 

Nella metanalisi sono stati inclusi 17 studi, solo due dei quali erano stati controllati, mentre gli altri sono stati definiti quasi sperimentali. Tutti sono stati condotti in Indonesia, sei su adolescenti e 11 su donne in gravidanza. La maggior parte (nove) ha valutato gli effetti dell’aggiunta di succo di guava al ferro. In totale, hanno preso parte agli studi 235 tra ragazze e donne, e l’emoglobina, tra prima e dopo l’assunzione, è risultata aumentata di 1,71 grammi per decilitro (1,52 tra le ragazze e 1,81 tra le donne), a conferma di un effetto positivo della guava (si considera che un aumento compreso tra uno e due consenta di passare da uno stato di anemia moderata alla normalità, contrastando anche gli effetti cognitivi tipici della condizione). L’azione sinergica probabilmente è dovuta all’elevata concentrazione di vitamina C presente nella guava fresca, che aumenta l’assorbimento del ferro.

Va detto che gli studi sono stati condotti solo in Indonesia e che alcuni di essi sono stati effettuati su campioni piccoli di persone, o con alcuni aspetti che ne indeboliscono la forza statistica. Pertanto vanno considerati una buona base per procedere con ricerche piàù approfondite. Se arriveranno conferme, soprattutto nei paesi (e sono molti) in cui la guava viene coltivata, si potrebbe presto giungere a consigliare il succo insieme al ferro, soprattutto in alcune condizioni specifiche.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 10 giugno 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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