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La musica come sottofondo può aiutare
a studiare meglio e ad allenarsi di più

Un sottofondo musicale gradito può essere di aiuto sia durante lo studio che negli allenamenti sportivi. Lo confermano due studi appena usciti, la finalità dei quali era capire se un’abitudine che hanno in molti, soprattutto tra i giovani, si traduca o meno in benefici reali.

Nel primo caso i ricercatori della Edith Cowan University (ECU) hanno chiesto a 220 studenti universitari di rispondere a una serie di domande sul loro rapporto con la musica durante lo studio, e hanno capito che l’apprezzamento è molto personale: qualcuno la vuole perché favorisce la concentrazione, qualcun altro no perché la percepisce come una distrazione. E stando a quanto riportato su Psychology of Music, la stessa divisione si ritrova tra chi ascolta musica (54%) e chi no (46%) mentre studia. Quasi tutti gli amanti della musica ritengono che l’ascolto faciliti la concentrazione e aumenti la motivazione; i generi preferiti sono il rock, il pop e la classica (ma non l’opera).

Il secondo studio, condotto dai ricercatori della University of Jyväskylä finlandese e pubblicato su Psychology of Sport & Exercise ha mostrato che ascoltare la musica preferita può assicurare un aumento della resistenza allo sforzo del 20%. Nello specifico, gli autori hanno coinvolto 29 ciclisti che pedalavano intensamente, all’80% delle loro possibilità, in due sessioni distinte, e hanno chiesto loro di farlo con o senza una playlist compilata da loro stessi. Il risultato è stato che quando ascoltavano la propria musica, i ciclisti resistevano fino a sei minuti in più, cioè il 20%, anche se alla fine si sentivano più stanchi. Non cambiavano le performance del cuore, ma la capacità di sopportare la stanchezza. E ciò significa che un sottofondo adeguato può aiutare chiunque a migliorare le prestazioni, anche se gli allenamenti sono occasionali e anche quando la voglia di faticare è poca.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 6 giugno 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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