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Lo yoga favorisce un recupero più precoce dopo una crisi di astinenza da oppioidi

Lo yoga può aiutare il recupero dopo una crisi di astinenza da oppioidi. Praticare yoga mentre si assumono i farmaci previsti per la disintossicazione e si è sotto controllo accelera infatti il ritorno a una situazione stabile, migliorando al contempo diversi parametri psicologici e psichiatrici. Lo dimostra uno studio condotto in India, i cui risultati sono appena stati pubblicati su JAMA Psychiatry dagli autori, ricercatori del Department of Integrative Medicine dell’Università di Bangalore.

In esso una sessantina di uomini di età compresa tra i 18 e i 50 anni (media 26), tutti ricoverati per una crisi di astinenza da oppoidi e in cura con buprenorfina (l’oppioide usato per disintossicare gradualmente l’organismo), sono stati invitati a seguire dieci lezioni da 45 minuti (tenute da un insegnante qualificato e comprendenti stretching, rilassamento, meditazione, respirazione e posizioni) in un periodo di 14 giorni, oppure a seguire solo la terapia farmacologica. Alla fine è stato valutato il tempo necessario a ottenere quella che viene definita stabilizzazione, ossia il raggiungimento di una situazione appunto stabile che permane per più giorni (esistono scale internazionali per valutarla). Il risultato è stato che chi aveva praticato yoga ha raggiunto la stabilizzazione con un tempo 4,4 volte più rapido rispetto al gruppo di controllo, e cioè circa all’undicesimo giorno, contro i 15 necessari agli altri. Inoltre ha avuto miglioramenti significativi nell’ansia, nella qualità del sonno, nel tono dell’umore, nei sintomi dolorosi e nella regolazione del sistema nervoso autonomo.

Secondo gli autori, visti i molteplici benefici, lo yoga potrebbe e dovrebbe entrare in tutti i protocolli di questo tipo, per aiutare chi combatte una dipendenza grave come quella da oppioidi a uscirne prima, e meglio.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 11 febbraio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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