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Psoriasi a placche: efficace
un nuovo anticorpo monoclonale

di Fabio Di Todaro (Fondazione Umberto Veronesi)

Il farmaco non è ancora disponibile nei Paesi europei. Ma i risultati ottenuti nella sperimentazione dell’ixekizumab contro le forme moderate e gravi di psoriasi a placche offrono una nuova speranza. Complessa, invalidante, con lesioni che interferiscono sulla vita personale e sociale: la psoriasi è una malattia infiammatoria cronica e recidivante della pelle che impatta sulla qualità di vita. Ma le ricadute non sono soltanto estetiche: il perdurare dello stato infiammatorio può contribuire all’insorgenza di malattie cardiovascolari, diabete, depressione e artrite psoriasica.

La prossima arma a disposizione di questi pazienti potrebbe essere rappresentata dall’ixekizumab, un anticorpo monoclonale già disponibile sul mercato statunitense e appena approvato dall’European Medical Agency (Ema). Ad avvicinare la sua messa in commercio sono i risultati di uno studio di fase 3, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Le conclusioni di «Uncover», questo il nome dato alla ricerca, sono andate oltre le aspettative. L’ottanta per cento dei pazienti arruolati - 3.736 da oltre cento centri in ventuno Paesi - con una psoriasi a placche di forma moderata o grave e trattati con ixekizumab (due iniezioni mensili) ha infatti osservato un’evidente regressione della malattia in appena dodici settimane di trattamento. In seguito,  il farmaco è stato somministrato ogni mese o ogni tre mesi. I risultati hanno premiato la scelta di garantire la terapia di mantenimento più di frequente. I benefici, assenti nel gruppo di controllo trattato con un placebo, sono stati osservati fino a un anno e due mesi dopo la sospensione della terapia.

«Si tratta di un risultato che fino a dieci anni fa sarebbe stato considerato impensabile - afferma Kenneth Gordon, docente di dermatologia alla Feinberg School of Medicine di Chicago e prima firma della pubblicazione. - Sulla base di questi risultati ci aspettiamo che otto pazienti su dieci avranno un tasso di risposta elevato all’ixekizumab e circa la metà di essi guariranno definitivamente dalla psoriasi». All’orizzonte c’è dunque una nuova opportunità di cura per i pazienti psoriasici, rinfrancati dall’avvento dei farmaci biologici. L’ixekizumab - che fa parte della medesima categoria - ha un’azione diretta nei confronti dell’interleuchina 17A, una citochina pro-infiammatoria rilasciata dai linfociti T helper, che svolge un ruolo chiave nei meccanismi di insorgenza della psoriasi. Il legame tra il farmaco e la proteina s’è rivelato in grado di inibire l’anomala risposta autoimmune che è alla base della psoriasi, malattia che si presenta con prurito, secchezza e rossore cutaneo. Nel caso della psoriasi a placche, a essere interessato è almeno il dieci per cento della superficie cutanea.

Data ultimo aggiornamento 2 jul 2016
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco


Tags: ixekizumab, linfociti T Helper, psoriasi a placche




Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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