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Chi vive in montagna assorbe più ferro.
E talvolta ha bisogno di un supplemento

Chi vive stabilmente in montagna deve produrre più emoglobina, e quindi più globuli rossi (l’emoglobina è la molecola con al centro il ferro che lega l’ossigeno e che si trova nei globuli rossi) rispetto a chi vive in pianura per avere la stessa quantità di ossigeno. Finora non era però del tutto noto in che modo ciò potesse avvenire, a parte alcune modifiche nel genoma delle popolazioni residenti in montagna da millenni. A chiarire il mistero ha provveduto uno studio condotto dai ricercatori delle università di Zurigo e Oxford su ottanta donne peruviane, metà delle quali vivevano sulle Ande (a 3.670 metri) da almeno cinque anni e metà sulla costa, pubblicato su Blood Red Cell & Iron. Le partecipanti, tutte sane, sono state invitate ad assumere un pasto con patate arricchite con ferro due volte al giorno per cinque giorni consecutivi. Il ferro era in forma di solfato, debolmente radioattivo e poteva quindi essere monitorato (senza rischi per le donne). Dopo 14 giorni, le residenti in montagna avevano molta più eritropoietina (EPO) e cioè 13,6 versus 4,4 IU/L, l’ormone necessario per la sintesi di emoglobina e più emoglobina (15,0 versus 11,8 g/dL) rispetto alle donen di controllo. Anche un altro parametro, e cioè l’assorbimento frazionario cumulativo del ferro o FIA erasuperiore (15,8% versus 9,3%). Tutte insieme queste variazioni hannop permesso di capire che ciò checambia, e molto, è l’assorbimento del ferro a livello dell’intestino, che aumenta a causa della richiesta più elevata stimolata dall’altitudine. E ciò significa che chi vive in montagna potrebbe aver bisogno cronicamente di un supplemento di ferro.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 18 febbraio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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