AUTOIMMUNITà
Morbo di Crohn: in arrivo (forse) un test precoce. E la dieta può aiutare i malati
In un futuro non lontano il morbo di Crohn, malattia cronica infiammatoria intestinale di origine autoimmune, potrebbe essere previsto anche anni prima che manifesti con un semplice esame del sangue. E per chi lo ha già, una dieta che prevedere una restrizione calorica per cinque giorni al mese potrebbe essere di grande aiuto. Questi i risultati, incoraggianti, di due studi usciti a poca distanza l’uno dall’altro, che autorizzano a nutrire qualche speranza in più per il contrasto a questa malattia.
Il primo, pubblicato su Clinical Gastroenterology and Hepatology, rappresenta il compimento di un lavoro che i ricercatori dell’Università di Toronto, in Canada, stanno portando avanti da tempo, ovvero la ricerca di un marcatore precoce. Gli autori hanno analizzato la reattività a una proteina chiamata flagellina, prodotta da una famiglia di batteri del microbiota intestinale chiamati Lachnospiraceae, fortemente sospettati di essere coinvolti nell’innesco del fenomeno autoimmune. E lo hanno fatto in 381 parenti di primo grado di persone che avevano già il Crohn; 77 in seguito hanno sviluppato l’autoimmunità intestinale. E, in effetti, 28 di questi ultimi, cioè più di uno su tre, erano risultati positivi per la flagellina. La risposta era stata più intensa tra i fratelli, fatto che suggerisce che il microbiota domestico condiviso sia fondamentale. Saranno necessari altri studi, ma presto il test della flagellina potrebbe essere utilizzato come indagine preliminare, da effettuare sui parenti delle persone cui viene diagnosticato il Crohn, per individuare precocemente altri eventuali malati.
Per quanto riguarda la dieta, oggetto del secondo studio, pubblicato su Nature Medicine dai ricercatori dell’Università di Stanford, in California, lo schema proposto a 45 pazienti prevedeva che, nell’arco del mese, per cinque giorni consecutivi, questi assumessero tra le 700 e le 1.100 calorie al giorno, cioè circa la metà del necessario, per poi riprendere le proprie abitudini alimentari. Rispetto ai 14 pazienti simili per età e condizioni che non avevano seguito alcuna dieta, due terzi di chi si era sottoposto a questo piccolo digiuno avevano avuto un miglioramento dei sintomi. Tra i controlli, meno della metà aveva avuto periodi migliori, dovuti probabilmente all’andamento altalenante tipico del Crohn e al fatto che tutti i partecipanti avevano continuato ad assumere anche le normali terapie. L’efficacia della restrizione calorica è stata poi confermata anche dal miglioramento degli indicatori infiammatori come la proteina C reattiva o la calprotectina delle feci, e da altri mediatori specifici. Anche se non si tratta di un effetto eclatante, una strategia di questo tipo potrebbe essere di aiuto, ma serviranno ulteriori conferme prima di poterla consigliare.
A.B.
Data ultimo aggiornamento 10 febbraio 2026
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