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Costruire edifici su Marte potrebbe essere possibile grazie a due batteri estremofili

Diverse agenzie spaziali stanno pianificando l’arrivo dei primi esseri umani su Marte per il 2040. Per ora, però, si tratta di ipotesi, perché i problemi da risolvere prima di poter stabilire una presenza umana sul Pianeta Rosso sono enormi, e per il momento non di rado insormontabili. Uno dei principali è la creazione di edifici adeguati, che non devono servire solo a fornire un riparo, ma anche a contrastare le conseguenze di un ambiente del tutto ostile, nel quale l’aria è rarefatta (la pressione atmosferica è circa un centesimo di quella terrestre), le temperature oscillano tra -90°C a +26°C, e le radiazioni cosmiche e UV bersagliano senza sosta la superficie. In più, l’unico minerale presente è la regolite, inadatta a qualunque scopo. Pensare di trasportare fino là i materiali necessari è assurdo, e per questo alcuni ricercatori si stanno concentrando sulla possibilità di sfruttare ciò che è presente in loco per ottenere lì i materiali, sfruttando l’approccio chiamato In Situ Resource Utilization o ISRU. In quest’ottica, i ricercatori del Politecnico di Milano, insieme con colleghi cinesi e staunitensi, hanno trovato una combinazione che potrebbe rivelarsi molto utile, data da due batteri estremofili, che vivono sulla Terra in condizioni proibitive, e che potrebbero collaborare per formare i minerali che occorrono per la stampa in 3D di una specie di cemento. Come hanno riferito su Frontiers in Microbiology, si tratta del Chroococcidiopsis, che rilascia ossigeno e sintetizza una sostanza polimerica che potrebbe proteggere il secondo dall’ambiente ostile e dai raggi UV, e dello Sporosarcina pasteurii, che produce carbonato di calcio e altre sostanze che possono favorire un legame con la regolite. Unendo i due alla regolite si potrebbe ottenere qualcosa di simile a un cemento, da usare in stampanti 3D appositamente trasportate laggiù.

In più l’ossigeno rilasciato potrebbe migliorare leggermente l’atmosfera, oggi composta quasi per intero da anidride carbonica. Infine, l’ammoniaca che questi batteri rilasciano come sottoprodotto potrebbe essere riutilizzata in agricoltura come fertilizzante, un altro dei grandi temi affrontati da chi sta cercando di capire come rimanere su Marte.

Le simulazioni proseguono in laboratori dove si cerca di riprodurre una condizione il più possibile simile a quella di Marte, e molte risposte sono attese dall’analisi dei campioni di ritorno dal Pianeta Rosso. Se non fosse che nei giorni scorsi il presidente Trump ha deciso che riportare sulla Terra i 33 già pronti pe ril rientro costa troppo, e ha ridotto i finanziamenti dal miliardo stimato come necessario dagli esperi a 650 milioni di dollari. Lui avrebbe voluto ridurli fino a 300, ma è stato fermato dal Congresso, e ora i ricercatori dovranno cercare di portare a termine la missione anche con findi insufficienti.

La Cina, che dovrebbe lanciare i suoi primi rover marziani nel 2028, ha già previsto di riportare sulla Terra 500 grammi di regolite entro il 2031.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 22 gennaio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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