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Il morbo di Chron e la colite ulcerosa si possono intuire dal microbiota intestinale

Le malattie infiammatorie intestinali croniche di origine autoimmune come il morbo di Chron e la colite ulcerosa iniziano con un’alterazione molto riconoscibile della composizione della flora batterica intestinale appunto. E questo significa che presto potrebbero esserci test specifici o anche terapie mirate contro alcune delle specie microbiche che cambiano.

Il fatto che tra i primissimi segnali ci siano modifiche e, nello specifico, si instauri una prevalenza di specie sensibili all’ossigeno, normalmente presenti in bocca, ma scarsamente rappresentate nell’intestino, nota anche come “teoria dell’ossigeno”, che attribuisce all’ossigeno stesso parte della responsabilità delle lesioni alle mucose, non è un’idea nuova. E’ però in una metanalisi appena pubblicata su Gastroenterology che ha trovato nuove e convincenti conferme. I ricercatori dell’Università di Dundee, in Gran Bretagna, insieme a colleghi di diversi paesi, hanno infatti selezionato 38 studi incentrati sulla composizione del microbiota intestinale e sull’esito delle biopsie di tessuto intestinale in soggetti ai quali era stata appena fatta la diagnosi, e che non erano mai stati trattati con alcun tipo di terapia. In totale, erano a disposizione i dati di circa 1.700 tra ragazzi e adulti (678 con malattia di Chron, 399 con colite ulcerosa, 130 controlli sani e 405 controlli con sintomi analoghi), e dall’esame di entrambi i tipi di campioni è emerso con chiarezza il cambiamento. L’intestino di chi aveva sviluppato una malattia presentava infatti meno batteri anaerobi e più specie che tollerano l’ossigeno, come Granulicatella ed Haemophilus.

Se ci fossero conferme, le presenze relative di queste e altre specie potrebbero essere considerate come marcatori della presenza e dello stadio della malattia. Al tempo stesso alcune di queste specie, se emergessero come particolarmente negative, potrebbero diventare bersaglio per terapie mirate, che abbiamo lo scopo di eliminarle o quantomeno ridurne la presenza.

A.B.
Data ultimo aggiornamento 19 gennaio 2026
© Riproduzione riservata | Assedio Bianco



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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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