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Così una dieta antinfiammatoria
può aiutare contro il lupus sistemico

di Agnese Codignola

Oltre alle terapie farmacologiche, psicologiche e riabilitative, il lupus eritematoso sistemico o LES, una patologia multiorgano di origine autoimmune (che colpisce il tessuto connettivo), può essere combattuto  anche a tavola, adottando una dieta priva di alimenti che favoriscano le infiammazioni. Le basi teoriche, del resto, sono chiare, perché ciò mangiamo  influisce - è dimostrato - sul livello di infiammazione dell’organismo, e poiché l’autoimmunità si traduce in uno stato infiammatorio cronico più o meno grave e più o meno esteso, è chiaro che influenzare lo stesso attraverso fattori esterni quali la dieta possa essere importante: modificare la composizione del menu può migliorare (o, al contrario, peggiorare) la situazione. 

Del tema si occupa un articolo uscito sulla rivista americana Time, nel quale è riportata l’esperienza di una paziente, Jewell Singletary, costretta già a 38 anni a utilizzare il bastone per camminare a causa di un’artrite reumatoide insorta qualche tempo dopo la diagnosi di lupus, come spesso accade (anch’essa è una malattia autoimmune e può comparire insieme al LES). La donna ha iniziato a eliminare le bevande zuccherate, i cibi ultraprocessati, cioè industriali e ad alto contenuto di grassi, sali e zuccheri, e ha riscontrato i primi miglioramenti, che le hanno permesso di abbandonare il bastone. Poi ha eliminato i latticini e le carni, sentendosi ancora meglio. Infine, ha limitato il glutine, ricavandone ulteriore energia. 

A commento di questo racconto interviene Diane Kamen, reumatologa e immunologa dell’Università della Carolina del Nord (Stati Uniti), e membro della Lupus Foundation of America, sottolineando che - riferisce Time - “Per il momento il lupus non si può curare, ma si può gestire. E una grande differenza la fanno la dieta, lo stress, l’attività fisica, il sonno”. 

Va detto che non esiste una vera e propria “dieta del lupus”, e rinunciare a così tante categorie di cibo può non essere una buona idea, per altri aspetti, ma è indubbio che un’alimentazione appropriata possa avere un impatto significativo sul dolore, sull’affaticamento (fatigue), sul gonfiore delle articolazioni, così come sull’ansia, sulla depressione e sulle eruzioni cutanee tipiche della malattia. E poi ci sono alimenti specifici che in alcuni studi hanno mostrato un’azione benefica, come il cosiddetto amido resistente, che in un piccolo studio del 2021 (su una dozzina di pazienti), pubblicato dalla rivista Lupus Science & Medicine, è stato in grado di modificare in senso positivo il microbiota intestinale (cioè l’insieme dei batteri "buoni" dell’intestino), protagonista assoluto della regolazione del sistema immunitario. Oltre a migliorare la condizione generale, l’amido resistente è stato anche capace di prevenire una delle sindromi collaterali alla malattia, quella detta da fosfolipidi, che provoca pericolosi trombi; questo tipo di amido si ritrova in alimenti comuni quali l’avena, l’orzo, i fagioli e le lenticchie.

In un altro studio del 2020, questa volta di grandi dimensioni (condotto su ben 173.000 donne), e pubblicato sulla rivista Lupus, è poi emerso che un consumo elevato di legumi, noci e simili è associato a una riduzione del rischio di sviluppare la malattia. Una ricerca del 2018 aveva anche mostrato che una dieta antinfiammatoria, oltre a ridurre i disturbi principali, è associata a un significativo abbassamento del rischio delle sindromi correlate al lupus, tra le quali la sindrome metabolica, mentre uno studio del 2022 ha fatto emergere che una dieta con pochi alimenti ultraprocessati, pochi zuccheri, glutine e latticini, e quantità abbondanti, invece, di vegetali, porta a un’attenuazione molto importante dei sintomi. 

Ci sono quindi ormai diversi indizi che vanno tutti nella stessa direzione: quella di un ruolo significativo della dieta nella prevenzione e nella gestione di una malattia così complessa, anche se, sottolinea Diane Kamen, mancano studi progettati ad hoc che confermino, senza possibilità di dubbio, l’esistenza di specifiche relazioni tra singoli alimenti o gruppi di alimenti e la malattia, i suoi sintomi e le sindromi collegate.

Il LES è estremamente vario, nelle sue manifestazioni, e ogni paziente deve capire che cosa è più efficace per lui o lei, tenendo come linee di base le indicazioni che valgono comunque per tutti, e cioè più frutta, verdura e cereali integrali e meno alimenti ultraprocessati. Con alcune accortezze specifiche: ad esempio, per coloro che assumono cortisonici (come spesso accade) è utile concentrarsi su una dieta che contrasti alcuni degli effetti collaterali di questi farmaci, tra i quali la ritenzione idrica. In tal senso, ridurre al massimo il sale può essere di aiuto, così come un’alimentazione ricca di proteine, visto che i cortisonici causano una generale perdita appunto di proteine, esacerbata se oltre al lupus (o a causa di esso) si soffre anche di una colite cronica, quale in morbo di Crohn.
Ancora, tra gli effetti indesiderati c’è la perdita di calcio e di minerali: è quasi sempre consigliato avere una dieta ricca di calcio, vitamina D e altri minerali (per esempio con latte, yougurt, salmone, broccoli, cui spesso si affianca una supplementazione specifica). Infine, i farmaci cortisonici alterano il glucosio e il livello dei grassi nel sangue facendo aumentare il colesterolo, ed è quindi davvero importante limitare l’assunzione di entrambe le categorie di sostanze.

Data ultimo aggiornamento 10 luglio 2022
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Lungo il fiume, in missione, parte la caccia ai nemici invisibili

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Provate a immaginare il nostro corpo come se fosse una nazione... Una nazione delimitata da lunghi confini, con poliziotti e soldati dappertutto, posti di blocco, caserme, per cercare di mantenere l’ordine pubblico e allontanare i nemici, perennemente in agguato.

Le acque dei numerosissimi fiumi e canali (i vasi sanguigni) vengono sorvegliate giorno e notte da un poderoso sistema di sicurezza. Ma non è facile mantenere l’ordine in una nazione che ha molti miliardi di abitanti, e altrettanti nemici e clandestini.

Le comunicazioni avvengono attraverso una rete di sottili cavi elettrici, oppure tramite valigette (gli ormoni e molti altri tipi di molecole), che vengono liberate nei corsi d’acqua. Ogni valigetta possiede una serie di codici riservati solo al destinatario, che così è in grado di riconoscerla e prelevarla appena la “incrocia”.

Le valigette possono contenere segnali d’allarme lanciati dalle pattuglie che stanno perlustrando i vari distretti dell’organismo e hanno bisogno di rinforzi. Fra i primi ad accorrere sono, di norma, gli agenti del reparto Mangia-Nemici (i monociti). Grazie alle istruzioni contenute nelle valigette, identificano all’istante il luogo da cui è partito l’allarme ed entrano aprendo una breccia nelle pareti.

Quando si trovano davanti ai nemici, i monociti si trasformano, accentuando la loro aggressività e la loro potenza. Diventano, così, agenti Grande-Bocca (i macrofagi). Come in un film di fantascienza, dal loro corpo spuntano prolungamenti che permettono di avvolgere gli avversari e catturarli rapidamente, dopo avere controllato i passaporti.

I nemici vengono inghiottiti, letteralmente, e chiusi in una capsula, all’interno del corpo degli agenti: una sorta di “camera della morte”. A questo punto scatta la loro uccisione, tramite liquidi corrosivi e digestivi, che li sciolgono.

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