Divento padre, e il mio corpo si blocca
di Jacopo Minio Paluello
Ecco come il mio sistema immunitario ha risposto, in maniera imprevedibile e drammatica, a un banale virus dell’influenza. Almeno a sentire i medici che mi hanno diagnosticato l’encefalomielite, una malattia di origine autoimmune che attacca il sistema nervoso centrale e compromette la sua capacità di comunicare con il sistema periferico (organi, arti, eccetera). La cosa assurda è che sarebbe potuto accadere a chiunque. In ogni momento.
Nel mio caso tutto ha inizio il 20 gennaio 2013. Un giorno significativo per me, non solo per la nascita della mia seconda figlia. Durante le lunghe ore di attesa (Matilde è nata alle 23) avevo la febbre alta, i brividi e qualche disturbo intestinale. E non ero io a dover mettere al mondo una bimba! Dopo il parto, e dopo cinque giorni d’influenza (mia), tra tachipirina e continue soste in bagno, all’alba del sesto sento anche un forte dolore al pube e difficoltà a muovermi. Da dodici ore non faccio pipì. Con mia moglie Giorgia decidiamo di farmi accompagnare al pronto soccorso. Dopo tre ore di attesa per la “non urgenza” del caso, in ospedale, i medici mi prelevano una smisurata quantità di urina (il dolore a quel punto è diventato insostenibile) e mi adagiano su una lettiga, dove perdo progressivamente contatto con il mio corpo. Mi ritrovo improvvisamente paralizzato dal collo ai piedi, trasferito nel reparto neurologia. Strana sensazione quella di dipendere in tutto e per tutto dagli altri senza poter far niente, se non pensare. Immobile e con un ingombrante pannolone maxi.
I primi giorni faccio una fatica incredibile, spesso inutile, per girarmi su un fianco, aggrappandomi alle sponde del letto. Da neopapà a sacco vuoto. Da agente immobiliare a soprammobile. Neanche per un momento, però, mi sento disperato (sofferente, sì). La situazione è talmente assurda – mi dico – che passerà presto (in realtà il decorso della malattia è stato di diversi mesi, prima di tornare alla normalità).
A casa poi mi aspetta una figlia appena nata e meravigliosa! Per questa strana forma d’inconsapevolezza, la prima cosa che faccio non appena sento le mani risvegliarsi, è chiamare un cliente con cui, in tempi non sospetti, ho preso appuntamento proprio per quel giorno lì. Al telefono gli dico che purtroppo mi trovo in ospedale e lui: «Mi dispiace moltissimo, ma nella sfortuna non siamo lontani. Salgo e ne parliamo». Lavorava in quello stesso ospedale! Sarei curioso di rivedere ora la scrittura tremolante con cui ho compilato quella proposta d’acquisto. Mai appuntamento di lavoro è stato più incoraggiante. Dopo un drammatico stallo nella trattativa, sono riuscito con grande determinazione (quella che ogni giorno mi serviva per passare dalla carrozzina al letto e viceversa) a chiudere la vendita di un bell’appartamento. Un modo inaspettato ( e "salvifico") per vivere quel periodo di stop forzato...
(testimonianza raccolta da Monica Piccini)’
Data ultimo aggiornamento 2 marzo 2015
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