Perché "sporcarsi" aiuta il sistema immunitario

I bambini che vivono nelle zone rurali tendono a sviluppare meno malattie allergiche, rispetto ai piccoli che abitano negli appartamenti di città, molto più asettici". Un’équipe belga ha scoperto perché scatta questa "protezione"

Trova non solo una conferma, ma anche una spiegazione, la cosiddetta ipotesi igienica: la teoria - cioè - per cui una moderata esposizione dei bambini a batteri e ad altri microrganismi, evitando l’eccesso di igiene e l’abuso di disinfettanti, è importante per abituare il sistema immunitario a reagire correttamente alle sostanze che incontra, e per prevenire le reazioni improprie contro agenti ambientali come i pollini, che portano ad asma e allergie, o gli attacchi contro il proprio stesso corpo, che causano le malattie autoimmuni. 

Uno degli indizi a favore dell’ipotesi igienica è l’osservazione, ormai confermata da diversi studi, che l’asma (malattia che ha di per sé una componente allergica) colpisce meno i bambini nati e vissuti in case di campagna, e dunque più esposti ai germi, rispetto a quelli che vivono in città. Ma adesso uno studio apparso sulla rivista Science (di cui avevamo già anticipato i risultati nella rassegna stampa di Assedio Bianco) permette di capire più in dettaglio i meccanismi (prima in gran parte sconosciuti) che portano  ad avere una migliore regolazione del sistema immunitario, se si vive in un ambiente come quello rurale, meno "asettico" rispetto agli appartamenti cittadini. Le ricerche sono state coordinate dall’immunologa Hamida Hammad e dallo pneumologo Bart Lambrecht, dell’Università di Gand in Belgio, che hanno condotto i loro studi in un primo tempo sugli animali, e poi anche su 2.000 bambini. I ricercatori hanno scoperto che alcuni tipi di molecole (lipopolisaccaridi) prodotte dai batteri molto presenti nelle polveri di campagna, stimolano la produzione di una proteina chiamata A20, quando arrivano nel naso e nei polmoni. La A20 è presente nelle cellule dendritiche (cellule importanti del sistema immunitario), e frena la stimolazione provocata dal contatto con gli allergeni. In altre parole, riduce il rischio che si manifestino allergie.

Le cellule dendritiche sono le principali sentinelle che individuano le sostanze (antigeni) estranee all’organismo e le "presentano" agli altri componenti del sistema immunitario, attivandone la reazione. Un freno a queste cellule, come dicevamo, significa una riduzione anche delle reazioni allergiche, come quelle asmatiche.

DECISIVE LE VARIANTI DEL DNA - Il ruolo positivo della proteina A20 è emerso - in modo speculare - anche dall’esame del Dna di 500 bambini vissuti in fattoria: i ricercatori hanno scoperto, in particolare, che i piccoli che avevano mutazioni genetiche in grado di ridurre i livelli della A20, correvano un rischio cinque volte maggiore di ammalarsi d’asma. Gli studiosi vogliono ora proseguire le indagini per capire meglio quali sono le varianti genetiche che portano a una riduzione (o a un incremento) della proteina A20, e verificare se la protezione dura fino all’età adulta.

PIU’ ALLERGIE IN OCCIDENTE - «L’ipotesi igienica è stata proposta già da decenni - spiega Carlo Selmi, responsabile dell’Unità operativa di reumatologia e immunologia clinica all’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano). - Alcune indicazioni a favore della teoria erano venute dai Paesi in via di sviluppo, dove si registrano meno malattie allergiche e autoimmuni che in Occidente. Ma naturalmente sono dati deboli, perché possono essere falsati dalle differenze fra i sistemi sanitari: magari in Italia o in Svizzera un allergico o una persona con una malattia autoimmune non eclatante viene diagnosticata e conteggiata, mentre in un Paese povero no».

Ormai, però, ci sono dati solidi e convincenti anche sulle differenze fra persone che vivono in uno stesso Paese, rimarca Selmi. In particolare uno studio cruciale, pubblicato pochi anni fa sul New England Journal of Medicine, ha confermato che l’asma allergica è molto meno frequente tra i bambini cresciuti in aree rurali rispetto a quelli cresciuti in aree urbane. «Tuttavia questi studi non ci dicono le cause di questo divario - continua Selmi. - Tra città e campagne, o tra Paesi ricchi e poveri, ci sono tante altre differenze oltre che nell’igiene, per esempio nell’inquinamento, e queste ricerche non ci dicono quali, fra tutti questi fattori, hanno un impatto su asma e allergie».

Lo studio di Science quindi è importante per vari motivi: perché conferma il ruolo protettivo dell’esposizione ai batteri; perché spiega con quale meccanismo biologico i germi ci proteggono (anche se secondo molti esperti la protezione non deriva solo da questo meccanismo ma, con ogni probabilità, anche da altri); e perché identifica un elemento di suscettibilità genetica individuale (le varie forme del gene per l’enzima A20), che contribuisce a spiegare perché in uno stesso ambiente alcuni si ammalano e altri no. «Uno studio così ben fatto, in grado di dimostrare tutto ciò, finora mancava» - sottolinea Selmi.

STRADA APERTA PER NUOVI FARMACI - Aver individuato questo meccanismo apre anche nuove vie di ricerca per futuri farmaci che mirino, per esempio, a potenziare l’azione della proteina A20 nei bambini a rischio; anche se, sottolinea Selmi, questo non porterà a nuove terapie nel breve termine.

EVITARE L’ECCESSO DI IGIENE - «Lo studio rafforza invece il messaggio - aggiunge Selmi - che non dobbiamo lasciarci condizionare dal terrore dei germi, pensando di dover tenere i nostri bambini in una casa quanto più possibile asettica, o di evitare a ogni costo le normali malattie infantili che si prendono a scuola. Lo si è visto anche con alcuni animali: quelli tenuti in ambiente sterile sono più soggetti sia a malattie autoimmuni, sia ad allergie. Salvo, ovviamente, per chi ha esigenze particolari, come le persone che prendono farmaci immunosoppressivi, una normale igiene è più che sufficiente e un po’ di contatto con lo sporco non deve terrorizzare» - conclude Selmi.

Giovanni Sabato
Data ultimo aggiornamento: 03 ottobre 2015