Trapianto di midollo meno rischioso con il "gene suicida"

Una tecnica molto avanzata permette di eseguire, con meno rischi rispetto ai metodi "classici", il trapianto di midollo osseo nei bambini malati di leucemia. Il sistema, utilizzato dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, prevede l’inserimento nel midollo da trapiantare di un gene modificato che - come scrive il quotidiano La Repubblica - consente di far scattare una sorta di suicidio nelle cellule del sangue (linfociti T) troppo aggressive (quelle che provocherebbero il rigetto). Ecco l’articolo di Elena Dusi, pubblicato sulle pagine della salute di repubblica.it


Il concetto è quello della bomba telecomandata. Inserendo un “gene suicida” nelle cellule dei linfociti del donatore, il trapianto di midollo diventa meno rischioso. La reazione immunitaria – quando avviene – può essere infatti disinnescata azionando il “detonatore”. E il trapianto può essere usato più spesso, nei bambini, anche quando il donatore non è perfettamente compatibile e il campione di midollo viene prelevato da mamma o papà.

All’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma hanno usato per la prima volta la tecnica del gene suicida sui bambini con gravi malattie immunologiche, curandone venti. «Soffrivano di deficit del sistema immunitario. Tutti oggi sono guariti» - spiega Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di oncoematologia pediatrica e coordinatore di una sperimentazione che coinvolge vari centri in Europa e America del Nord. I risultati saranno presentati al prestigioso congresso dell’American Society of Haematology che sarà inaugurato a San Diego il 2 dicembre.

«Negli anni passati il trapianto del midollo di un genitore era molto rischioso. Circa un terzo dei pazienti non sopravviveva» - spiega Locatelli. Perfino i fratelli di un bimbo malato hanno solo il 25% della possibilità di essere perfettamente compatibili, e quindi di poter donare le loro cellule staminali. «Altrimenti – prosegue il medico e ricercatore - bisogna sperare di trovare un midollo adatto nei registri internazionali dei donatori, che contengono circa 28 milioni di nomi. Ma non è facile, la ricerca ha successo solo per il 60% dei pazienti e i tempi sono a volte troppo lunghi per malattie che richiedono un trapianto urgente».
Papà e mamma sono sempre disponibili. Il problema è che il loro patrimonio immunogenetico è uguale a quello del figlio solo a metà. Il rischio è che le cellule dei genitori – in particolare i linfociti T, quelli che riconoscono il nemico da attaccare – decidano a un certo punto di aggredire l’organismo del bambino. «Si tratta di un grosso rischio nei trapianti di midollo. Prende il nome di malattia del trapianto contro l’ospite». Ed essendo una delle principali cause di morte per questa procedura, fa sì che il trapianto di midollo venga sempre evitato, ove possibile.

«Il metodo del gene suicida è stato propostonel 2011. Noi lo abbiamo introdotto in pediatria» - spiega Locatelli. Dei venti bambini curati a partire dal 2014, sedici sono italiani e sono stati operati nell’ospedale romano. Altri piccoli pazienti (in tutto un’ottantina) sono stati trattati per malattie diverse, come leucemie e talassemie. «Il trapianto è andato bene – spiega il medico - ma prima di dichiarare guarito un bambino con leucemia dobbiamo aspettare un anno e mezzo o due. Avremo i risultati definitivi l’anno prossimo».

La tecnica avviene in più fasi. La prima prevede il trapianto del midollo del genitore, privato dei linfociti T. Se tutto va bene, le staminali trapiantate attecchiscono nel bambino, risolvendo il problema del deficit immunitario (o della leucemia o della talassemia), ma lasciando il piccolo paziente esposto alle infezioni virali o da funghi a causa della mancanza dei linfociti. I linfociti T del donatore vengono reinfusi nel bambino 2 o 3 settimane dopo il trapianto di midollo, e in un numero controllato. Prima però, al loro interno, viene inserito il cosiddetto “gene suicida”, con un intervento di ingegneria genetica molto complesso. Il gene suicida resta dormiente, se nulla succede. Ma se la malattia del “trapianto contro l’ospite” si scatena, i medici si precipitano ad attivarlo per far “suicidare” i linfociti aggressivi dei genitori.

«Per attivarlo usiamo una sostanza – spiega Locatelli – che si chiama Ap1903 e che in un paio d’ore viene infusa nel paziente». Tra i venti pazienti guariti, la “bomba radiocomandata” è stata innescata due volte. Questi bambini, teoricamente, sarebbero più esposti alle infezioni. «Ma in realtà non è così – spiega il medico – perché il gene suicida elimina solo i linfociti T aggressivi, che hanno la caratteristica di proliferare in gran numero, lasciando intatti quelli con il compito di difendere l’organismo. Anche per i bambini in cui è stato attivato il gene suicida, quindi, oggi possiamo parlare di guarigione».

ELENA DUSI
Data ultimo aggiornamento: 06 dicembre 2016

Fonte: repubblica.it/salute