Le false leggende sul vaccino contro l’Hpv virus

Una sistematica disinformazione confonde le idee sui farmaci che permettono all’organismo di debellare il papilloma virus, responsabile dei tumori del collo dell’utero. A rimetterci, soprattutto le donne che vivono nei Paesi più disagiati

Il termine “vaccini”, ormai, è tra i vocaboli più cliccati in rete. Oggi chiunque al supermercato come pure al bar ne parla sciorinando con orgoglio la propria esperienza di “navigante” ben informato grazie alle pullulanti e improvvisate pagine web. Mamme e papà scambiano con altri genitori allo stesso modo paure e prove empiriche sul piano vaccinale, spesso senza tenere in alcuna considerazione l’”opinione” più importante e sicura, che opinione ovviamente non è. La scienza. E tra una chiacchiera e un’altra si perde l’immunità di gregge (come si dice in gergo, cioè l’immunità di gruppo, l’immunità collettiva), si perde civiltà e protezione, mentre conquistano terreno pericolose malattie.

Quando la chiacchiera si sposta dal salotto di casa al salotto di trasmissioni televisive, alla carta stampata e al microfono di autorità politiche, la storia si complica un po’ e il danno, perché di questo parliamo, si espande come una macchia di petrolio in aperto oceano. Tante macchie iniziano a contaminare l’acqua e i convincimenti delle persone che restano sul divano di casa con l’amletico dubbio: e adesso, vacciniamo o no?

IL CASO DEL GIAPPONE E DELL’ITALIA - Un esempio piuttosto eclatante, il Giappone. Nel 2013 apparvero sulla stampa nipponica numerosi enfatici articoli dedicati agli effetti avversi al vaccino per Hpv (Human Papilloma Virus) e le puntate televisive successive convinsero lo stesso Ministero della Salute a ritirare l’appoggio alle vaccinazioni, con risultati disastrosi. Pure in Italia, recentemente, le frequenti occasioni mediatiche di aperta polemica sull’argomento hanno dato voce a personaggi e testimonianze capaci di peggiorare, se possibile, l’approccio al vaccino in Italia e nel mondo. Perché una notizia veicolata attraverso canali privilegiati, come una televisione, non porta conseguenze soltanto al Paese che la trasmette, ma fa velocemente il giro di altri Paesi, sviluppati e non, tramite Internet:«Sono molto preoccupato, perché le voci e le affermazioni false su questo vaccino (Hpv) si ripercuotono soprattutto sul comportamento delle donne più povere e sui Paesi più poveri – dice Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano) e docente di Humanitas University. - Una giovane donna residente nell’Africa subsahariana esposta a diverse malattie infettive perde più giorni di vita per tumore alla cervice uterina (innescato nella quasi totalità dei casi dal virus Hpv, ndr) che per malaria, tubercolosi e Hiv. Questo dovrebbe far riflettere tutti».

COME SI VERIFICA IL CONTAGIO - L’infezione da Hpv è molto frequente e si trasmette prevalentemente per via sessuale, attraverso il contatto con cute o mucose. Si stima che circa l’80% delle donne sessualmente attive si infetti nel corso della vita almeno con un virus Hpv. Quasi sempre il virus viene poi eliminato senza conseguenze, ma in un certo numero di casi, invece, questo non avviene (senza vaccino) e il virus danneggia progressivamente le cellule del collo dell’utero, aprendo le porte al tumore. Il cervicocarcinoma (cioè il tumore del collo dell’utero) rappresenta il secondo tumore per le donne europee tra i 15 e i 44 anni (dopo quello al seno), con una stima di 528mila nuovi casi all’anno. Le varianti oncogene (cioè in grado di "attivare" un carcinoma) del virus Hpv, inoltre, sono pure responsabili del 90% dei tumori all’ano, 70% della vagina, 50% del pene, 40% della vulva e 25% dell’orofaringe (inclusi i tumori delle tonsille e della base della lingua), per effetto, in questo caso, del sesso orale. Oggi sono due i vaccini autorizzati, il Gardasil quadrivalente e il Cervarix bivalente: «Il vaccino per il virus Hpv costituisce uno strumento per la salute su scala mondiale – sottolinea Mantovani. – Basta pensare che ogni anno sono circa 250mila le donne morte per aver contratto il virus, di cui oltre mille solo in Italia e, come è facile intuire, la maggior parte nei Paesi più svantaggiati economicamente».

VACCINARE ANCHE I RAGAZZI - L’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) raccomanda di vaccinare, prima del debutto sessuale, ragazze e ragazzi preadolescenti tra i 9 e i 13 anni. Gli Stati Uniti per primi nel 2006 hanno raccomandato la vaccinazione contro l’Hpv e nel 2011 l’hanno estesa ai maschi. In Canada è stata inserita nel 2008 fra le vaccinazioni consigliate e pure in Australia, mentre, per quanto riguarda l’Europa, sono i 28 Paesi dell’Unione Europea più Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtestein a caldeggiarla. In Italia tutte le regioni hanno offerto la vaccinazione gratuita entro il 2008, mentre la Basilicata e la Valle D’Aosta già nel 2007. Oggi si calcola che in Italia la copertura sia superiore al 50%.
Alberto Mantovani ha fatto parte per alcuni anni del "board" del Gavi (Global Alliance for Vaccines and Immunization): «Sono entrato con lo spirito di "incentivare" il vaccino contro l’Hpv – spiega - che oggi è stato inserito, finalmente, nell’elenco di quelli da promuovere». Non solo le ragazze, ma anche per i maschi è suggerita la vaccinazione ed è stata inserita quest’anno nel nuovo piano 2016-2018 del Ministero della Salute in Italia: «È anche una questione di solidarietà ed equità per entrambi i sessi – rimarca Mantovani. - Difficilmente una donna lo prenderà da sola questo virus... Inoltre è una questione di protezione e sicurezza dell’intera comunità».

LE VOCI "CONTRO" - Nonostante verifiche e numeri incontrovertibili, le voci “fuori dal coro” non hanno mai smesso di cantare, e spesso la medicina per farsi ascoltare ha dovuto alzare la voce e sedersi nel salotto delle polemiche. Dichiarazioni “allarmanti” di presunti medici o scienziati possono sortire un effetto molto simile al vento sul castello alzato con semplici carte da gioco. L’equilibrio già piuttosto precario viene completamente destabilizzato, e il dubbio insinuato su ampie fasce di pubblico è incontrollabile: «I cosiddetti eventi avversi dopo la vaccinazione per HPV sono nella quasi totalità rappresentati da dolore in sede di iniezione e gonfiore del braccio – afferma Andrea Cossarizza, professore di Patologia e Immunologia all’Università di Modena e Reggio Emilia, e presidente dell’International Society for Advancement of Cytometry (ISAC). - Può anche insorgere la febbre, che è una reazione del tutto prevista, dal momento che il sistema immunitario inizia il processo infiammatorio necessario per riconoscere una molecola estranea e preparare le difese. L’infiammazione perciò porta a febbre, che è di breve durata e non necessita di particolari terapie».

Tra tutte le teorie “antivaccino”, quella più conosciuta sostiene che pericolosi adiuvanti (sostanze aggiunte per potenziare l’effetto del vaccino) inducano - nel caso del farmaco contro l’HPV - la sindrome autoinfiammatoria chiamata ASIA. Ma questo è vero e proprio terrorismo psicologico sulle famiglie: «Nessun altro, al di fuori del medico israeliano Yehuda Shoenfeld e dei sui collaboratori, l’ha mai descritta – rimarca Cossarizza. - Capiamoci: nessuno dice che le ragazze non stiano molto male, e che i loro sintomi non siano insorti dopo un evento quale la vaccinazione (poteva essere una caduta, una botta, o altro ancora). Ma non esiste alcun dato che correli in modo scientifico la vaccinazione e l’insorgenza dei sintomi descritti da Schoenfeld. Tra l’altro, i criteri di definizione dell’ASIA sono estremamente vaghi».
Nella descrizione della sindrome, infatti, si parla di mialgia, debolezza muscolare, sindrome da fatica cronica, cefalea, disturbi del sonno, perdita della memoria, difficoltà di concentrazione, febbre, secchezza delle mucose. «Vorrei sapere - dice Cossarizza - chi non ha manifestato una volta nella vita almeno uno di questi sintomi. Non a caso il mondo scientifico non crede all’esistenza di una sindrome simile, ma riconduce i sintomi a una patologia nota da decenni, la fibromialgia. Le persone che dichiarano di avere ASIA, e, ripeto, stanno male, hanno molto probabilmente la fibromialgia, che si può trattare e curare in modo piuttosto valido. Ma finché le persone si faranno visitare da medici specializzati in altre discipline, e non da reumatologi o da immunologi clinici, non mi aspetto che migliorino».

ADIUVANTI E NANOPARTICELLE - Purtroppo alcune emittenti televisive, nel mondo,  molti siti web e social media diffondono, senza spiegazioni e senza approfondimento, "messaggi" in cui si parla di pericolosi adiuvanti e nanoparticelle, contenuti nei vaccini e sconfessati, invece, dal mondo scientifico internazionale. «Le analisi al microscopio sbandierate vengono spesso effettuate senza adeguati controlli. Stiamo comunque parlando di persone che negli ultimi decenni hanno descritto la presenza di nanoparticelle ovunque, dall’aria vicino agli inceneritori, – sottolinea - ai chewing gum, ai farmaci, al vino, alla guerra del Golfo, ai militari in missione all’estero, a tumori, e a non so che altro». Ma parlando di scienza, quali sono i numeri reali? Proviamo a fare un esempio: è stato scritto che in 20 microlitri di un vaccino sono state trovate 1.821 nanoparticelle. Applicando una serie di calcoli matematici (complessi per chi non è esperto di tale materia), questo significa che la concentrazione di nanoparticelle nel vaccino equivale a 6,6 milionesimi di un miliardesimo di mole (grammomolecola), una dose enormemente bassa. «Siamo molto al di sotto di qualunque concentrazione usata persino dalla medicina omeopatica - spiega Cossarizza. - Numerosi studi hanno ampiamente dimostrato che l’omeopatia non ha effetti, se non l’effetto placebo, appunto perché all’interno delle preparazioni la concentrazione di principi attivi è talmente bassa da essere di fatto inesistente. Ebbene, nei vaccini la concentrazione delle nanoparticelle (ammesso ce ne siano realmente) è ancora, e di molto, inferiore».

DUE LE "VERSIONI" PIU’ PERICOLOSE DEL VIRUS - Attualmente sono stati identificati ben 100 tipi diversi di virus Hpv che infettano l’uomo. Di questi l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione ha confermato l’evidenza oncogena per 12. In particolare, si stima che le varianti chiamate Hpv 16 e Hpv 18 siano responsabili di oltre il 70% del tumore del collo dell’utero. I due vaccini ora in commercio proteggono, come dicevamo, da quattro o da due di queste varianti. È in corso di valutazione un nuovo vaccino 9-valente che assicurerebbe la protezione contro altri 7 sierotipi oncogeni.

È comunque importante sottolineare che il vaccino va affiancato alle ormai consolidate pratiche di diagnosi precoce del tumore del collo dell’utero, attraverso il pap-test: l’esame citologico cervicale (eseguibile molto facilmente dal ginecologo) che consente di identificare lesioni precancerose. Se eseguito con regolarità, secondo le prescrizioni delle autorità sanitarie, il pap-test permette di intervenire tempestivamente, riducendo la mortalità del 70%. Oggi inoltre esiste anche l’Hpv test, un esame molecolare molto efficace, che consente di individuare il Dna del virus Hpv ad alto rischio nelle cellule del collo dell’utero, e quindi permette di correre ai ripari (con un intervento chirurgico o altre terapie) prima ancora che compaiano le lesioni precancerose e che il tumore si sviluppi davvero.

Maria Santoro
Data ultimo aggiornamento: 20 maggio 2017