I misteriosi legami fra l’autismo e l’intestino

Alcuni studi lasciano ritenere che le infiammazioni croniche intestinali possano avere un ruolo nell’insorgenza di uno dei disturbi neuro-psichiatrici più difficili da decifrare e curare. Intervista a Federico Balzola, gastroenterologo di Torino

Nell’autismo (un disturbo neuro-psichiatrico che porta a ridurre fortemente le relazioni sociali ed emotive con gli altri) c’è un aspetto trascurato: l’intestino e il sistema immunitario potrebbero contribuire a generare i disturbi della malattia, almeno in alcuni casi. È un tema su cui lavora da anni Federico Balzola, gastroenterologo alla Città della salute e della scienza (il nome con cui adesso viene chiamato l’Ospedale Molinette) di Torino, in collaborazione con il reparto di psichiatria dello stesso ospedale.

«Molti autistici soffrono di sintomi gastrointestinali, ma questo dato è sempre stato trascurato per una serie di motivi, come la difficoltà delle persone autistiche nel comunicare, la loro soglia del dolore elevata, e la scarsa comprensione da parte dei medici di una possibile interazione fra i disturbi dell’intestino e quelli del cervello» spiega Balzola. Così, aggiungiamo noi, se un autistico, per esempio, soffre di colite o di stitichezza, spesso si pensa che il problema sia indotto, o quantomeno influenzato, dal disturbo psichico. E invece, magari, succede il contrario...
«Questa visione, in realtà - aggiunge Balzola - ora sta cambiando e parecchi lavori nella letteratura scientifica segnalano che negli autistici i fastidi intestinali sono più frequenti della norma, anche a prescindere dai motivi comportamentali di origine psichiatrica. E finalmente adesso li si prende più sul serio (anche se da molti anni i genitori riferivano, invano, di questi sintomi)». 

Ora, quindi, si sta indagando in modo più approfondito su quanto i problemi intestinali possano influenzare quelli psichiatrici (anche se può sembrare strano), e viceversa. «Diversi gruppi di ricercatori nel mondo - continua Balzola - hanno trovato che in una frazione non trascurabile di autistici è presente un’infiammazione intestinale atipica, diversa cioè dalle comuni infiammazioni dovute alla celiachia o alla malattia di Crohn o alla diverticolite. È un’infiammazione della mucosa meno marcata, meno evidente macroscopicamente e più microscopicamente. E ha un effetto importante sulla permeabilità dell’intestino, che non riesce più a fare da barriera verso molte sostanze, che quindi lo attraversano. In risposta a queste sostanze, si attiva così il sistema immunitario, che può andare a colpire anche organi distanti dall’intestino».

Da qui nasce la possibilità che l’infiammazione intestinale contribuisca a un’infiammazione cerebrale, che a sua volta può concorrere all’autismo. «Nell’ambiente igienizzato in cui cresciamo oggi - aggiunge Balzola - il sistema immunitario non trova più tutti quegli stimoli che lo istruivano a reagire in modo appropriato, tollerando le sostanze innocue e aggredendo gli agenti pericolosi; così diventa più intollerante verso ciò che transita anche nell’intestino. Questo, probabilmente, fa aprire di più certi passaggi tra le cellule (le cosiddette giunzioni strette) che permettono l’assorbimento di certi alimenti. E questo attiva di più il sistema immune, favorendo un’infiammazione cronica intestinale subclinica, che porta a una costante infiammazione sistemica. Se questa si presenta nei primi mesi di vita, può darsi che coinvolga anche il cervello, in un momento cruciale del suo sviluppo, quando basta una piccola perdita di equilibrio per portare al disturbo comportamentale (ovviamente per chi ha una predisposizione, genetica o di altro tipo); mentre, se avviene più avanti, magari diventa una malattia intestinale o di altri organi. Certo, sono ipotesi, ma vale la pena di lavorarci». 

Più semplicemente, inoltre, i disturbi intestinali sembrano influenzare in modo diretto alcuni sintomi comportamentali che di solito sono ascritti alla malattia psichiatrica. «Abbiamo visto molti casi di aggressività, verso se stessi e verso gli altri, che erano considerati parte della patologia neuropsichiatrica e curati senza esito con psicofarmaci - dice Balzola. - Ma in realtà, una volta risolto il dolore addominale, queste persone cambiavano subito comportamento, non erano più aggressive e ingestibili».

Dare numeri su quanti autistici abbiano questi disturbi è difficile, dice Balzola: «Noi dal 2006 abbiamo fatto uno studio in collaborazione con la neuropsichiatria dell’Ospedale, facendo endoscopie in oltre 230 autistici che avevano sintomi o segni di un possibile disturbo intestinale, sui circa 1.200 seguiti dal Centro. Abbiamo visto che oltre il 60% dei 230 aveva un’infiammazione in qualche tratto dell’intestino; e curando queste infiammazioni, miglioravano i sintomi non solo gastrointestinali ma anche comportamentali. In un gruppo più ristretto abbiamo dimostrato che miglioravano sintomi come sonno, aggressività, socializzazione e così via».

La terapia prevede una dieta con eliminazione di alcune proteine del latte e del grano, che incidono nel malassorbimento intestinale, insieme a farmaci per regolare le evacuazioni, e antinfiammatori.

«Come altri gruppi nel mondo - spiega Balzola - siamo convinti di aver visto qualcosa di importante. Ma i numeri sono piccoli, una goccia nel mare delle persone con autismo, e quindi non possiamo dire quale sia la frequenza complessiva di questi fenomeni». Finché non si studieranno numeri di malati molto più grandi, quindi, è impossibile dire se quel che si è visto è un fenomeno specifico che riguarda solo una parte limitata dei pazienti, oppure la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più generale, di cui per ora si colgono solo i casi più eclatanti. 

 «Quel che tengo a rimarcare però - conclude Balzola - è che c’è un diritto alla diagnosi e alla cura. Se in una persona autistica vengono intravisti sintomi anche al di fuori della patologia neuropsichiatrica, questi devono avere lo stesso diritto di essere indagati quanto gli altri, e non trascurati perché l’attenzione si concentra tutta sulla patologia dominante. Se vado dal neuropsichiatra e dico che mio figlio è stitico, devono prendermi sul serio, indagare la cosa e, se è il caso, mandarmi da un gastroenterologo. Il medico non deve vedere la patologia cerebrale come distaccata dal resto. Deve acquisire l’idea di un lavoro di team per affrontare queste malattie in modo più corretto. E deve fare attenzione a interpretare anche quei sintomi che non passano dal linguaggio e dal pianto, ma da elementi come posizioni o comportamenti ripetitivi per attenuare il dolore, che non vanno relegati in automatico a meri disturbi psichiatrici. Anche per evitare che le famiglie, lasciate a se stesse di fronte a una malattia che comunque resta difficile da curare, seguano terapie alternative senza sbocco, e vi si perdano».

Giovanni Sabato
Data ultimo aggiornamento: 02 novembre 2015