Gli additivi possono "innescare" le infiammazioni croniche intestinali?

La rivista Nature pubblica uno studio (eseguito solo sugli animali) che punta l’attenzione sui possibili legami fra alcune sostanze presenti nei cibi industriali e patologie come la colite ulcerosa. La composizione della flora batterica appare alterata. Ora bisognerà verificare questi risultati anche sugli uomini

E se c’entrassero gli additivi alimentari? Malattie infiammatorie croniche dell’intestino, obesità e sindrome metabolica potrebbero dipendere anche da sostanze di uso comune nella produzione industriale di cibo. A sollevare la questione un articolo apparso sulla rivista Nature, in cui si rivela un possibile legame fra alcuni tipi di additivi alimentari e l’infiammazione intestinale. Niente allarmismi, raccomandano gli esperti, ma uno spiraglio per contrastare meglio patologie complesse e ancora difficili da curare, e un’occasone per ricordare che non è mai un bene esagerare con le quantità di cibo.

Il lavoro è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Georgia State University, con il contributo della Emory University, della Cornell University  e dell’Università Bar-Ilan in Israele. Partendo dal presupposto che malattie infiammatorie croniche come la malattia di Crohn e la colite ulcerosa sono in rapido aumento nell’occidente industrializzato, i ricercatori hanno somministrato a topi di laboratorio due fra i più diffusi additivi alimentari, in dosi a detta degli autori non dissimili da quelle normalmente presenti nella quasi totalità degli alimenti industriali. Il risultato è stata una alterazione del microbiota intestinale (la flora microbica che popola il nostro intestino) tale da favorire i processi infiammatori, causando a seconda delle difese immunitarie dei diversi animali esaminati, colite ulcerosa, infiammazioni di grado più moderato e sindrome metabolica (una condizione complessa che include obesità, assunzione eccessiva di cibo, iperglicemia e resistenza all’insulina).

Resta da capire se questo effetto esiste anche nell’uomo, e serviranno ulteriori indagini per appurarlo. Intanto gli autori concludono confermando la raccomandazione (per tutti) di non mangiare troppo e l’invito (per le autorità regolatorie) a tenere alta l’attenzione sugli strumenti di valutazione degli additivi alimentari.

Gli additivi oggetto dello studio americano sono presenti quasi in ogni piatto. Difficile prendere misure precauzionali, conferma Silvio Danese, responsabile della Sezione Malattie croniche intestinali dellìIstituto Clinico Humanitas di Rozzano, Milano. «Condivido il consiglio di limitare le quantità di cibo, per il resto, neppure sappiamo se le dosi usate nello studio corrispondono a quelle reali. La cosa interessante è che questo lavoro punta il dito sull’ambiente come fattore cruciale nello sviluppo di questi disturbi, anche rispetto ai geni da sempre considerati i primi responsabili». Il fatto è che le malattie croniche dell’intestino «sono aumentate in maniera esponenziale negli ultimi 50 anni, mentre prima neanche le conoscevamo. Eppure i nostri geni sono gli stessi di prima, allora è logico pensare che pesino i fattori ambentali: cosa mangiamo e quanto mangiamo rispetto al passato».

Per ora, prosegue Danese, c’è solo un fattore noto nello sviluppo delle patologie infiammatorie intestinali: «Il fumo di sigaretta». Sul cibo mancano ancora dati e spiegazioni convincenti, ma sul suo ruolo ci sono pochi dubbi. «Due gli aspetti fondamentali – precisa Silvio Danese - la qualità del cibo, compresi i processi di conservazione e lavorazione, e la dieta che adottiamo, composta da molti grassi e pochi vegetali. Insieme, questi fattori hanno indotto un cambiamento nella flora intestinale che favorisce i processi infiammatori, favorendo non solo malattie a carico dell’intestino, ma anche altre patologie a componente infiammatoria come diabete e sindrome metabolica».

Fra i sintomi comuni a malattia di Crohn e colite ulcerosa vi sono dolori addominali, diarrea, sangue nelle feci, perdita dell’appetito e del peso corporeo. Le cause sono ancora poco note. A lungo si sono cercati colpevoli che potessero spiegare alcune evidenti differenze epidemiologiche: le malattie infiammatorie dell’intestino sono in aumento e sono più diffuse in Occidente rispetto ai paesi meno industrializzati e all’Oriente. In Italia si calcolano 60-100.000 persone affette da colite ulcerosa e circa 100.000 da malattia di Crohn. Dieta, stress, fumo, fattori ormonali, genetici, virali gli osservati speciali. Poche le risposte conclusive, la principale è la conferma che si tratta di malattie multifattoriali, causate cioè da un insieme di elementi che interagiscono e creano le condizioni ottimali per lo sviluppo del disturbo. Nell’ultimo decennio i ricercatori si sono concentrati sul ruolo del microbiota e dei geni che regolano la risposta immunitaria.

Gli autori dello studio pubblicato su Nature ha esaminato, in particolare, gli additivi denominati E466 e E433. La Carbossimetilcellulosa (o E466) è un derivato della cellulosa che viene usato nell’industria alimentare come stabilizzante, addensante e emulsionante in una vasta gamma di cibi: caffè, panna e gelati, pesce affumicato, pesce e molluschi surgelati, sciroppi, carni e pollame, succhi di frutta, tè, tisane e perfino nel vino. Il Polisorbato 80 (E433), emulsionante e stabilizzante, usato per produrre bevande alcoliche, energy-drink, prodotti da forno, chewingum, cioccolato, merendine a base di cereali, dolci e caramelle, carne e pollame, oli e  grassi vegetali, integratori alimentari.

Donatella Barus (Fondazione Umberto Veronesi)
Data ultimo aggiornamento: 26 febbraio 2015