Biosimilari: i farmaci "quasi uguali" ai biologici

Sono un’alternativa più economica rispetto ai medicinali di marca con il brevetto scaduto, ma la complessità delle tecniche produttive rende quasi impossibile realizzare molecole del tutto identiche all’originale, come invece avviene per i più semplici farmaci generici, che hanno lo stesso principio attivo di quelli "blasonati". I controlli sulla loro efficacia e sicurezza sono, comunque, severi

Alcuni decenni fa l’introduzione dei farmaci biologici nella pratica clinica ha rappresentato un notevole progresso nel trattamento di numerose patologie, soprattutto in settori particolarmente critici come l’oncologia, l’endocrinologia e, sopratutto negli ultimi anni, quello delle patologie autoimmuni. Oggi a prendere in mano l’eredità di questa innovazione sono i farmaci cosiddetti biosimilari. Prodotti con principi attivi analoghi ma non identici ai corrispettivi biologici (perché questi farmaci sono troppo complessi per essere riprodotti esattamente nello stesso modo), promettono di ottenere lo stesso loro effetto, però a costi inferiori. Ma è davvero così? E per quale motivo un biosimilare costerebbe meno del biologico cui si propone come alternativa?

PIU’ GIUSTO CHIAMARLI BIOTECNOLOGICI - In molti saranno propensi a pensare che l’aggettivo “biologico” indichi una sorta di intruglio a base di prodotti naturali, ma non è così: i farmaci biologici si ricavano riprogrammando in laboratorio una proteina (in particolare, agendo sul tratto di DNA che contiene le informazioni per produrla), in modo da veicolarla contro un preciso bersaglio. L’obiettivo è quello di arrivare al superamento di terapie molto invasive e spesso piene di effetti collaterali, come la chemioterapia, che non risparmia le cellule sane dal suo bombardamento farmacologico. Certo, sarebbe più esatto, però, chiamare questi farmaci "biotecnologici", e non biologici.

Comportandosi in modo analogo alle proteine prodotte dal nostro organismo, tali medicinali «riconoscono le proteine estranee presenti in virus e batteri e ne bloccano l’attività legandosi ad esse» spiega l’AIMAC, Associazione Italiana Malati di Cancro. Da questo punto di vista non dovrebbero esserci differenze tra farmaci biologici e farmaci biosimilari. Ma è davvero così? In cosa i biosimilari sono diversi dai biologici, se lo sono?

Secondo la definizione data dall’EMA, l’Agenzia Europea per i Medicinali, un farmaco biologico è quello che contiene una o più sostanze derivate da una fonte biologica, molecole più grandi e più complesse rispetto ai medicinali non biologici. Alcune di queste proteine, come l’insulina, l’eritropoietina o l’ormone della crescita, possono essere già presenti nell’organismo umano. Secondo l’AIFA (l’Agenzia italiana del farmaco) un medicinale biosimilare deve essere simile in termini di qualità, sicurezza ed efficacia a quello biologico, ma non può essere messo esattamente sullo stesso piano rispetto ai farmaci equivalenti (i cosiddetti generici), che hanno lo stesso principio attivo dei medicinali “di marca”, ma con brevetto scaduto. Come suggerito dallo stesso termine “biosimilare” le caratteristiche del farmaco sono simili a quelle del corrispondente biologico ma, ribadisce Francesco De Lorenzo, presidente dell’AIMAC, «il biosimilare non è un generico»: è una copia simile ma non identica all’originale. Tuttavia anche in questo caso, come in quello dei farmaci equivalenti, la questione sta tutta nel brevetto: secondo De Lorenzo, infatti, «alla base dello sviluppo dei biosimilari c’è la stessa idea per cui vengono prodotti i farmaci generici: fornire un’alternativa più economica al paziente quando scade il brevetto».

In effetti il capitolo costi è significativo: oggi i farmaci biologici rappresentano il 20% del totale dei medicinali in commercio, percentuale che aumenta a quasi il 50% di quelli in sperimentazione o allo studio (dati AIMAC). Utilizzati in particolare nelle patologie infiammatorie sono, per esempio, gli inibitori del TNF-α (Tumor Necrosis Factor alfa), citochina che svolge un ruolo centrale in numerose patologie infiammatorie croniche, come l’artrite reumatoide, l’artrite psoriasica e la spondilite anchilosante. Si tratta di terapie molto costose, che possono oscillare tra i 6.000 e i 24.000 euro l’anno per paziente, ma che nel caso delle patologie più gravi possono arrivare anche alla cifra di 5.000 euro mensili per paziente. Sono quindi medicinali che incidono non poco sui budget ospedalieri e dei servizi sanitari nazionali, obbligando - in alcuni Paesi - a una rigorosa selezione dei pazienti. Dal canto loro i farmaci biosimilari riescono a garantire costi inferiori (attualmente, secondo studi citati dall’Agenzia Italiana del Farmaco - AIFA, tra il 15 e il 28% in meno) perché vengono commercializzati alla scadenza dei brevetti dei farmaci di riferimento, senza che sulla loro produzione gravino gli investimenti fatti in ricerca e messa a punto. E proprio la scadenza di numerosi brevetti porterà a incrementare il mercato dei biosimilari da qui al 2019.

FARMACI A CONFRONTO - In molti però si chiedono se i costi rappresentino davvero l’unica differenza tra farmaci biologici e farmaci biosimilari, e se non sia pericoloso procedere senza ulteriori approfondimenti alla sostituzione dei primi con i secondi, visto che le molecole non sono esattamente uguali.

In realtà, prima di poter commercializzare un farmaco biosimilare i produttori sono tenuti a fornire alle autorità di controllo le prove scientifiche che questo abbia lo stesso profilo clinico e di sicurezza del biologico di riferimento: i risultati dei test clinici (qualità, efficacia e sicurezza, messi a punto dall’EMA) devono essere almeno comparabili (se non migliori) a quelli cui è stato sottoposto il biologico originale. Inoltre l’iter di registrazione e di messa in commercio di un farmaco biosimilare è molto differente e più "severo", rispetto a quello dei farmaci generici, e - così come i produttori di farmaci biologici - anche quelli di biosimilari sono tenuti ad attuare un sistema di farmacovigilanza e monitoraggio della sicurezza del prodotto. Le direttive dell’EMA in tal senso sono piuttosto chiare e lasciano pochi spazi alle interpretazioni. Il processo produttivo di tali farmaci ne determina l’unicità e la specificità, e per questo motivo, spiega l’AIFA a L’Assedio Bianco, i controlli di ogni processo della filiera produttiva e distributiva del farmaco biosimilare sono particolarmente meticolosi.

A proposito dell’equivalenza in efficacia e sicurezza di biologici e biosimilari, anche l’EULAR (European League Against Rheumatism, un’organizzazione che comprende ben 45 società reumatologiche da tutto il Continente) si dichiara «perfettamente in linea con le principali autorità competenti per l’attività regolatoria del farmaco». Da parte sua l’AIFA ha ripreso il "Position Paper" sui Farmaci Biosimilari del 13 maggio 2013, pubblicato sul sito istituzionale dell’Agenzia, riaprendo la consultazione pubblica in data 6 marzo 2014 per dar modo a tutti i soggetti coinvolti di evidenziare eventuali dubbi che ancora permangono per un uso ottimale di questi farmaci.

Resta sempre, però, un problema di fondo: secondo gli esperti dell’AIMAC, essendo questi medicinali (biologici e biosimilari) delle proteine modificate, potrebbero essere riconosciuti come sostanze estranee dal sistema immunitario, che potrebbe quindi neutralizzarne l’effetto, impedendone l’efficacia terapeutica. C’è poi il rischio, sia pure remoto - aggiungiamo noi - che alcuni di questi farmaci possano innescare meccanismi autoimmuni.
In ogni caso un biosimilare, ribadiscono gli esperti dell’AIMAC, non è sostituibile tout-court al biologico, anche perché, ad entrare in gioco, sono sia la continuità terapeutica che la storia del commercio dei farmaci biologici. Infatti un medicinale che è in commercio da più tempo del suo analogo biosimilare ha a disposizione più dati relativi ad efficacia, sicurezza e tollerabilità.

Ad oggi sono milioni le persone che in tutto il mondo hanno beneficiato dei medicinali biologici e biosimilari per la cura o la prevenzione di molte malattie anche gravi, seguendo una strada che sembra tracciata e che, oltretutto, garantisce livelli di efficacia certamente interessanti, sui quali il mercato si sta sempre più lanciando dopo un primo momento di titubanza. La scelta terapeutica, sia dal punto di vista clinico che da quelli etico e legale, resta comunque di esclusiva responsabilità del medico, che dovrà poter valutare liberamente e, caso per caso, le migliori modalità di trattamento per il singolo paziente, avendolo preventivamente informato su rischi e benefici delle diverse terapie a disposizione.’

Andrea Spinelli Barrile
Data ultimo aggiornamento: 07 settembre 2015